Molti giornali invece, e molte serie televisive, si sono schierate all'opposizione e hanno scavato le loro trincee. Certo, non tutti hanno avallato questa posizione, e altri lo hanno fatto in ritardo, quando la presenza dell'esercito americano in medioriente non era più giustificato nemmeno dal più reazionario e guerrafondaio dei repubblicani, e l'esercito americano si era mostrato per quel che era: il braccio armato della politica economica internazionale.
Tra le eccezioni a questo schieramento c'è il telefilm 24, in cima alle classifiche di gradimento in America quanto in Italia. 24 è il prodotto di propaganda militare più forte che l'amministrazione di Bush sia riuscita a mettere in piedi, la risposta a quelli che non sono d'accordo, definiti disertori.
24 è un telefilm letale, giustifica violenza e persecuzione schierandosi dietro alla litania tutta americana della menzogna come peccato imperdonabile e della violenza come risposta necessaria. Nella serie non vi è episodio in cui qualcuno non venga torturato, in cui l'Fbi o la Cia non faccia esplodere palazzi, e non entri in collisione con altri militari o guardie giurate che vengono eliminate senza pietà per raggiungere il proprio bersaglio. In questo modo le tortura di Guantanamo sembra più che giustificata e gli Stati uniti sono costantemente in un necessario stato di guerra perché un nemico generico li tiene sotto scacco.
I «cattivi» non sono più i sovietici ma gli jugoslavi (gli autori della serie non sembrano essere al corrente dei recenti sviluppi della politica europea e non sa della divisione della Juvoslavia o di quella della Cecoslovacchia), i cinesi e i mediorientali. In 24 gli Stati uniti vivono in uno stato di vacanza legislativa, della sospensione del dibattito su questioni sociali ed economiche, di una politica scollata dal rapporto con i cittadini per dirigere tutte le risorse a fermare incursioni contro la più grande democrazìa del mondo. Nelle parole di una serie di sinistra: «Forse è meglio smettere di esportare democrazia all'estero e di importarne un po' nel nostro paese».
Nefeli Misuraca
per "il manifesto"
(19/08/08)