Intervista ad Alessio Vinci: ''Accetto critiche solo dagli esperti''

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Fonte: Il Tempo

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Televisione
  domenica, 01 marzo 2009
 00:00
«I dati li prendo poco in considerazione, lo share non conta, ma conta portare avanti un programma, un prodotto giornalistico ben definito che io non devo cambiare perché andava male, anzi...». Alessio Vinci, 40 anni, nato in Lussemburgo da genitori italiani, capo dell'ufficio romano della Cnn e corrispondente della rete ali-news per l'Italia da due settimane è il conduttore di «Matrix», il programma ideato e condotto per quattro anni da Enrico Mentana, non si esalta per i dati Auditel. Eppure, dopo un esordio modesto venerdì «Matrix» è volato al 28,48% di share, con ospite Maria De Filippi.
 
«A parte la concorrenza, venerdì la puntata è stata di svago, abbiamo mantenuto quello che era il core business della trasmissione, quindi il dato era quasi prevedibile...»
 
Finora ha guardato l'Italia con gli occhi da straniero, ora dal mondo al Palatino: una sfida?
«Attenzione, io ho molto lavorato negli uffici di corrispondenza lontano da "carrozzoni", coprendo vaste aree con l'aiuto di un operatore. Ora ho una struttura e una redazione molto rodata. Poi i Balcani, il Vaticano, i viaggi inaspettati, tutti argomenti che affrontavo d'istinto, con l'anima del cronista. Adesso invece si tratta di saper andare in profondità, dal testamento biologico alla De Filippi».
 
E la vera sfida dov'è?
«La sfida è fare un lavoro diverso, a 40 anni, condurre Matrix è stato un mettersi in gioco, vedere se sono capace di fare questo genere di giornalismo. E poi lavorare in lingua italiana, la mia lingua madre, concentrandomi sul mio Paese, riappropriandomi quasi della mia identità».
 
In tv l'anchorman è il simbolo del programma...
«Io cercherò il più possibile di dare la mia impronta, non solo con la mia faccia e il corpo, ma dando spazio alla redazione, come intendo io, cioè una squadra che insieme costruisce un programma, peraltro molto lungo e impegnativo, ma anche con la presenza dei colleghi in studio».
 
Nella prima puntata ha definito il suo predecessore un grande giornalista, forse il numero uno. Mentana, invece, in un'intervista l'ha definita «un bravo ragazzo». Ci è rimasto male?
«Assolutamente no. Ci siamo anche sentiti, ma ognuno ha il suo ruolo in questo momento ed io non entro in queste dinamiche. Ho tanti amici che hanno scritto cose su di me, più o meno belle, ma penso che ognuno deve fare il suo mestiere».
 
Anche criticare?
«C'è chi sente il bisogno di scrivere e commentare ma io non rispondo alle critiche. Se mi chiamano rispondo e sento anche i consigli, però se sono di esperti, non se chi critica non ha neanche visto il programma... Ci sono stati giornalisti che hanno avuto da ridire sulla presenza del ministro Carfagna nella puntata dedicata alla sicurezza. È chiaro che era lì per parlare di stalking che rientra nei provvedimenti approvati per la sicurezza. Ecco, in questo caso dico che i giornalisti devono cominciare a fare giornalisti, e guardare al loro modo di fare giornalismo... Accetto invece quello che ha scritto Freccero, perché è una persona di televisione che sa di che parla, ma soprattutto ha trovato tempo da dedicare a me. Comunque vado avanti per la mia strada con una certezza: noi giornalisti non facciamo la trasmissione per noi ma per il pubblico».
 
Perché alla fine quel «Goodnight, see you soon»?
«Mi è venuto istintivo la prima volta, è piaciuto molto e allora l'ho lasciato. Se qualche sapientone mi dirà che non lo devo fare più, non lo farò». Forse...
 
Sarina Biraghi
per "Il Tempo"

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