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Petruccioli: 'Rai, Tante idee, pochi soldi'

• 6 min lettura
Fonte: Milano Finanza | Condividi 📲

Se la convergenza è il futuro della telefonia e se i contenuti saranno il business dei futuro, chi li fornisce avrà le maggiori possibilità. Non a caso Mediaset si è accaparrata Endemol. E la Rai?
PetruccioliClaudio Petruccioli, presidente di Viale Mazzini, assicura che la sua azienda non è rimasta con le mani in mano.
«Sui nuovi media stiamo facendo tantissimo. Non dico che siamo al primo posto in Europa, ma nei primi posti sì. Siamo già presenti nel settore con molti accordi, che spaziano dal web alla telefonia mobile. Puntiamo all'unificazione tecnologica, di contenuti e commerciale in questo settore strategico. Il nostro problema non sono le strategie, ma trovare le risorse per trasformare degli impianti di trasmissione dall'analogico al digitale. Per il resto sappiamo benissimo quello che si deve fare».

E come pensate di risolvere il problema?
Mettendo tutti gli anni in bilancio una quota per investimenti di questo tipo. Poi nella legge Gentiloni, quella di sistema, sono previste risorse da destinare agli operatori per la trasformazione tecnologica. Una certa quantità era già disponibile con l'ultima finanziaria.
Ma sullo sfondo c'è anche una scelta di carattere strategico intorno alla quale la Rai sta girando da molti anni, cioè la valorizzazione degli asset di cui disponiamo. Noi abbiamo una società, RaiWay, che è proprietaria degli impianti, dei siti. Abbiamo molte offerte, molte proposte per valorizzarli aprendoci alla collaborazione con terzi. Evidentemente da queste ipotesi possono venire altre risorse che possono agevolare gli investimenti.
Mediaset ha 900 impianti per il digitale terrestre, la Rai 200. Ve la prendete comoda?
Il limite, fissato per legge, per completare la rete è il 2012, quindi c'è ancora tempo. Però non voglio sfuggire al senso della sua domanda, per rispettare tempi ed obiettivi ci vogliono investimenti ingenti, che in parte devono uscire dal bilancio ordinario della Rai, ma in parte devono arrivare anche da interventi straordinari.
Prendiamo l'Inghilterra, dove il canone per la Tv è il doppio del nostro (che detto per inciso è il più basso d'Europa), eppure anche lì gli investimenti per il digitale terrestre sono stati coperti da uno stanziamento straordinario da parte dello stato. Non è, però,solo un problema di soldi. Ancora non sono chiare le strategie. Non solo quelle degli operatori, ma anche dello stato.
Il problema, se posso entrare nei dettagli tecnici, è questo: se si procede a macchia di leopardo, partendo prima nelle aree, nelle regioni a più alta intensità di ascolto e che abbiano anche condizioni orografiche meno complicate è un conto, visto che costruire una rete di trasmissione in pianura è più semplice che fare lo stesso in mezzo ai monti.
Diverso è se si scelgono altre vie. In ogni modo, comunque, bisognerà passare un periodo, non breve, di transizione, quello che in gergo tecnico si chiama simul cast, cioè la trasmissione contemporanea in digitale e in analogico. Va poi stabilito un altro punto strategico: quale deve essere l'equilibrio fra digitale terrestre e digitale satellitare. E cito solo questi perché in Italia il cavo è pressoché assente. Quindi bisogna fissare un punto di convivenza tra i due sistemi, il migliore, dal punto di vista dell'entità dell'investimento necessario.

Il ministro Gentiloni, ha definito la Rai un centauro. Metà azienda pubblica e metà società sul mercato. Come fate a gestire i rapporti all'interno del cda e tra il consiglio e il direttore generale?
Ci atteniamo alla legge. A quella attuale, che per quanto riguarda questi aspetti non è diversa da quelle che l'hanno preceduta. Il direttore generale ha il diritto di proposta, il consiglio discute e decide se approvare o respingere le richieste del dg. È un meccanismo di codecisione, diverso da quello delle altre società, che hanno un amministratore delegato, il quale, sulla base della delega ricevuta, prende le sue decisioni, che poi, a posteriori, vengono ratificate dal cda. Se l'amministratore delegato, con le sue scelte, perde la fiducia del consiglio, viene revocato.

A questo punto, non sarebbe meglio la privatizzazione?
Il punto è decidere che cosa si vuole, se la Rai deve essere concessionaria di servizio pubblico, è logico che anche le regole di governance devono essere conformi a questa missione. Devono avere, insomma, una propria specificità, diversa da quelle delle altre società private. Poi, certo, si può discutere se quelle attuali ingessano troppo l'azienda o no. Ma sul fatto che ci debbano essere delle regole particolari non c'è dubbio. Noi prendiamo un canone e questo ci impone degli obblighi. È ovvio, per esempio, che sull'informazione dobbiamo attenerci a un rigore che non è richiesto ad altri.

Restiamo alla governance. Qual è il sistema migliore?
Quello seguito dalle tv pubbliche in Inghilterra, Germania e Francia. C'è bisogno di miluogo dove gli obblighi pubblici vengano discussi, approfonditi e fissati in obiettivi dell'azienda.

E le nomine?
 Le nomine fanno parte della gestione, che deve essere ben separata dal luogo degli indirizzi generali. Chi fissa gli obiettivi strategici di nomine non si deve occupare, al massimo si può occupare delle scelte maggiormente strategiche, tipo chi deve dirigere i telegiornali ma non andare oltre. Io comunque vorrei che fosse chi ha la delega alla gestione a occuparsi anche di queste caselle.

Mediaset è durissima contro i tetti agli introiti pubblicitari previsti dal ddl Gentiloni. Lei è d'accordo?
È il punto di vista di Mediaset e non può essere quello della Rai Noi abbiamo dei tetti molto più bassi rispetto a loro perché dobbiamo lasciare spazio al privato per la raccolta pubblicitaria.

Non parlavamo dei tetti Rai, ma di quelli Mediaset.
Io credo che nel settore radiotelevisivo debbano esserci misure Antitrust. Vanno fissati dei limiti alla concentrazione.

Veramente è l'Antitrust a criticare i tetti...
II garante ha dato la sua opinione, ma bisogna anche ricordare che su questi aspetti l'autorità competente è un'altra, l'Agcom. Comunque, in generale, per fissare norme anticoncentrazione nel settore televisivo, si può intervenire su due livelli: uno è la raccolta pubblicitaria, l'altro è la disponibilità delle frequenze. Probabilmente la norma Antitrust più efficace deriva da un mix di questi due interventi.

Arriviamo ai contenuti. Lei non sopportava i reality. li avrebbe cancellati dalla programmazione Rai. Ha cambiato idea? 
Diciamo che sono ancora d'accordo con me stesso. Certo non penso che si possano abolire d'un colpo, ma vorrei anche chiarire che non sono contro i reality in generale. Penso che siamo alla fine di una stagione ed anche coloro che producono e vendono questi format devono fare i conti con questa tendenza, con una diversa sensibilità del pubblico e, di conseguenza, dei broadcaster.

La Rai, però, deve seguire un modello particolare?
Di regole e indirizzi ce ne sono tantissimi e non solo, anche leggi, regolamenti, contratti di servizio. C'è una commissione parlamentare che si definisce per la vigilanza e per l'indirizzo generale sul servizio pubblico radiotelevisivo. Non sono i riferimenti a mancare.

Perché allora le polemiche non finiscono mai?
 È come il calcio. Ci sono regole chiarissime, ma ogni domenica sera si sta a discutere per ore e ore, sulla singola scelta di un arbitro. È lo stesso per le trasmissioni Rai. Ognuno ha un'opinione su come dovrebbero essere fatte. Per quanto mi riguarda c'è un principio che deve essere difeso in tutti i modi e che poi è quello dirimente: la responsabilità e l'autonomia di coloro che di volta in volta sono chiamati a gestire, dirigere e rispondere del servizio pubblico. Finché stanno lì devono avere il potere d'intervenire e devono essere rispettati per questo. Se e quando non vanno più bene, lì si cambia.

Cristina Finocchi Machne (Class Cnbc)
per "Milano Finanza"

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