Giorgio Gori (Magnolia): ''Contro CSI serve il protezionismo''

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  domenica, 13 aprile 2008
 00:00

Giorgio Gori ha quell'aria da ragazzo di chi è stato un enfant prodige e non ha mai smesso di considerare il lavoro il gioco più divertente che gli sia mai capitato di giocare. Chissà quante trattative ha chiuso con successo nascondendo l'acciaio dietro il sorriso fanciullesco, fin da quando a 28 anni è diventato direttore dei palinsesti Mediaset e poi di Canale 5. Dal 2001 ha fondato e dirige la casa di produzione Magnolia, che fa guerra alle grosse multinazionali con prodotti come L'isola dei famosi, L'eredità e l'ultimo nato X Factor.

Già, «X Factor». Bel programma. Ma i numeri non sono dalla vostra parte.
«Dalla prima puntata l'ascolto è costantemente cresciuto. E l'importante è la risposta del pubblico sotto i quarant'anni, che normalmente sceglie Italia1 o Canale 5, e ha subito riconosciuto la qualità del talent show di Raidue. Su Internet se ne parla più del Grande Fratello… Insomma, io credo che possa avere un futuro importante, bisogna solo dargli tempo. Spero che la Rai non faccia lo stesso errore che ha fatto con Bulldozer».

Quale errore?
«Di cancellarlo dopo tre stagioni, quando stava al 16 % sulla seconda serata di Raidue. Questi sono programmi a semina lunga. Negli anni di Mediaset è stato così con Zelig - partito dalla seconda serata di Italia 1 e arrivato al grande successo di Canale 5 - o anche con le Iene, che al primo anno facevano il 4 %. Bisogna avere il tempo di entrare nell'immaginario».

È davvero tanto difficile conquistare il pubblico giovane?
«Certi teen ager ormai non accendono neanche più la tv generalista, guardano la pay tv, Sky vivo con i reality o Fox Crime con i polizieschi, il resto dei programmi lo vedono a brandelli su You Tube. Forse perché è poco interattiva, forse perché sono incuriositi dai nuovi media, forse perché i programmi sono sempre gli stessi e troppo lunghi».

E allora perché non li accorciate?
«C'è uno specifico "latino" che vuole la prima serata molto lunga. E' evidente che in termini di share è una scelta che paga, quindi nessuna rete si azzarda ad accorciare da sola. Bisognerebbe far virare tutto il sistema».

La tv generalista può uscire dalla crisi?
«Val la pena sperare che succeda quel che è successo negli Stati Uniti. Quando i grandi network si sono accorti che le quote di mercato diminuivano hanno rinnovato contenuti e linguaggi e la qualità del prodotto si è molto alzata, soprattutto nell'ambito della serialità. Così i canali europei sono tornati a riempirsi di telefilm americani. Senonché ciò che rappresenta un vantaggio nel breve periodo - visto che è più comodo ed economico comprare all'estero che produrre - a lungo andare può costituire un rischio».

Quale rischio?
«Quello di una nuova forte colonizzazione statunitense. L'industria europea, con l'eccezione di quella inglese, è penalizzata da una legislazione troppo rigida. Alcuni elementi di "barrage" potrebbero consentire al sistema di produzione continentale di irrobustirsi».

Il protezionismo da lei proprio non me lo aspettavo. In fondo «L'eredità» mica l'avete inventata voi, è un format straniero.
«In quel caso è diverso. L'intrattenimento prevede un grande lavoro di adattamento locale dei format, mentre la fiction veicola direttamente l'immaginario e i valori di altre culture. In generale comunque è vero: esportiamo troppo poco. Dovremmo impegnarci per affermare il "made in Italy" esattamente come succede nella moda e nel design. Siamo famosi nel mondo per la nostra creatività. Perché non anche nei contenuti tv?».

Sarà anche un problema di mercato troppo piccolo?
«Più che la dimensione conta la struttura del mercato. Se c'è vera competizione c'è sviluppo. Pensi alla Spagna, che ha esportato Il Medico in famiglia e I Cesaroni… Sono più avanti di noi. Il nostro sistema è statico, scarsamente competitivo, ancora legato ai grandi apparati interni alle reti. E' uno schema del passato, meglio sfruttare il dinamismo e la flessibilità delle società di produzione indipendenti».

C'è un pregiudizio legato alle società di produzione in Italia?
«Sì, ma francamente non capisco perché. Avere una tv richiede un forte presidio della linea editoriale, del palinsesto e del budget, non necessariamente la produzione fisica delle opere editoriali. Si può collaborare con l'esterno, senza mettere in discussione la centralità delle reti come "grandi imprese culturali". Del resto la Mondadori mica fa scrivere i libri ai suoi dipendenti».

Qual è il futuro?
«Secondo me è mescolare le carte, i linguaggi: mettere insieme varietà e fiction, notizie e satira. E poi inventarsi delle cose in cui lavorino insieme, tv e web o tv e cellulari: Camera Cafè è un esempio perfetto di un contenuto adatto a piattaforme innovative».

I programmi di cui è più soddisfatto?
«Forse L'Isola e L'Eredità. La prima è stata una continua reinvenzione, un grande divertimento, e L'Eredità si è rivelata un meccanismo quasi perfetto. Entrambi ci hanno consentito di lavorare con serenità e di investire su nuovi fronti. Sono molto contento anche del lavoro fatto con Chiambretti, e trovo appassionante la scommessa di Exit. E' la prima volta che una società esterna affronta l'i informazione».

La più grossa sorpresa dell'ultima stagione tv?
«Direi Frizzi con i Soliti ignoti . Lui veniva da alcune stagioni non brillantissime e il programma non era mai stato testato. E invece...»

Cosa invidia a Endemol?
«Affari tuoi. Ma soprattutto (sorride) il contrattone con la Rai».

Le facce del futuro?
« Francesco Facchinetti ha i numeri. E' disinvolto, simpatico, ma è anche estremamente diligente. E poi Carlo Conti...»

Non mi dica che rappresenta il nuovo!
«No, ma è solido: oltre a condurre ha una notevole capacità progettuale. Per durare ci vuole anche questo».

Raffaela Silipo
per "La Stampa"

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