Milly Carlucci: ''Ballo con le Stelle in Rai, ma se arriva l'invito di Sky...''

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Fonte: Il Tempo

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Televisione
  sabato, 14 febbraio 2009
 00:00
Milly, facciamoci venire idee per il prossimo cast di "Ballando".
«Sentiamo la lista».

Scelga uno tra Obama, Sarkozy e Putin.
«Obama! Con quel fisicaccio! E ha preso lezioni di danza per il ballo inaugurale alla Casa Bianca: in frac è meraviglioso. Così alto lo vedrei bene tra le braccia della nostra Natalia Titova».

La vedo complicata.
«Abbiamo chiesto a Clinton di essere il ballerino per una notte. Avremmo parlato della sua fondazione, ma niente. Il suo staff ci ha risposto: sorry, non partecipiamo ai varietà».

Propongo Berlusconi per una bachata e Veltroni per un lento.
«Non si può! La circolare Rai ci sconsiglia di invitare i politici: non è un programma d'informazione. Se ne butti in pista uno, mica puoi tralasciare gli altri».

Addio alla rumba con Di Pietro.
«Addio. Io mi tengo lontanissima dalla politica. Noi italiani amiamo le divisioni tra guelfi e ghibellini. Io sono una Bilancia, mi adopero per la composizione dei contrasti, mi sento super partes».

È pronta per il Colle. In passato quelli di An le fecero la corte.
«Sono entrata in Rai nel '77, allora il conduttore doveva saper parlare a tutti, bianchi, rossi, verdi. Hanno provato in tanti a candidarmi, a me interessa più la solidarietà. Giustifica nella mia coscienza il lavoro nello spettacolo: che nello schema delle priorità della vita è decorativo e non fondamentale».

Senso di colpa freudiano?
«La mia è una famiglia di militari, avvocati, giudici. Io scappai in America per frequentare l'Actor's Studio. Misi un oceano di mezzo tra me e mio padre che insisteva per farmi finire l'università e avviarmi verso un'esistenza più ortodossa. Prevalse la mia natura artistica, disordinata, libertaria».

Si è scusata pubblicamente per un giurato che in diretta aveva usato l'espressione "merengue da poliomelitici".
«Ho immenso rispetto per la disabilità, come dimostra l'impegno con Telethon. Da ragazzina finii in coma dopo essermi schiantata contro un muro con il motorino. Ancora sogno il botto e cerco di elaborare quella paura».

Avesse potuto scegliere, sarebbe andata in onda dopo la morte di Eluana?
«Qualcosa di simile mi accadde nel '92, il giorno della strage di Capaci. Conducevo "Scommettiamo che" con Frizzi, e la direzione generale decise di continuare con la programmazione: si voleva dare al Paese la sensazione che il mood nazionale fosse sotto controllo, che non eravamo in ginocchio davanti a un pur devastante attentato di mafia. Oggi la situazione è diversa: mille canali riverberano ovunque la notizia, e in certi momenti la tv diventa un blob atroce e primordiale dove fatti epocali collidono con lo sciocchezzaio quotidiano».

E dunque?
«Se il mio contratto lo avesse previsto, e fosse accaduto di sabato, avrei chiesto di rinunciare allo show. È vero che quello di Eluana non è l'unico caso di quel genere, e ogni minuto muore qualcuno, e i bimbi vengono rapiti da pedofili o finiscono straziati dalle bombe. Ma quando una nazione è mobilitata su un caso mediatico così totalizzante, dove il dibattito è tra la vita e la morte, non c'è Auditel che tenga, né tono adatto per l'intrattenimento. Lì dovremmo tutti toglierci la maschera o il trucco da clown e mostrare la nostra umanità. Meditare, di qua e di là dagli schermi».

Invece lunedì lo zapping prevedeva le lacrime per Eluana mixate con quelle della bionda del Grande Fratello.
«Nel villaggio globale, la tv di Stato, pagata dai cittadini con il canone, deve conservare una propria misura etica, sottolineare i valori che contano. Se una persona tira un bicchiere in un reality, e poi viene invitata nei programmi collaterali, il messaggio che passa è che in questo modo ottieni visibilità. La seconda volta, però dovrà volare una bottiglia, altrimenti è tutto già visto».

Anche a "Ballando" si litiga...
«Il nostro è un programma familiare dove non si specula sull'aggressività o sulla claustrofobia, sull'esasperazione dei lati oscuri del carattere. La chiave è la drammaturgia della competizione. Bettarini e Alessio Di Clemente sono rivali, e magari fingono di essere amici, ma poi vogliono vincere tutti e due. Perché l'importante non è partecipare, alla faccia di De Coubertin. Poi cerchiamo di studiare la chimica tra un uomo e una donna che ballano insieme, magari detestandosi, come certe coppie di campioni del pattinaggio. Osserviamo il sessantenne con la pancetta come Andrea Roncato, o la cinquantenne che con la danza non si ritrova, come Corinne Clery, superino i propri limiti. Li ha eliminati il televoto, pazienza».

Voi avete Emanuele Filiberto. I Savoia rischiano di tracimare: persiste il giallo di Vittorio Emanuele alla "Fattoria".
«Sarebbe come quando ci si risposa: la prima volta è un evento dirompente, la seconda un po' meno. Noi siamo felici di come Filiberto affronti la competizione di danza. Quanto al padre "contadino": se accadesse, chi lo inviterà se ne assumerà le conseguenze, quali che siano».

Torniamo alla lista ideale per l'anno prossimo.
«Vorrei Maria De Filippi! Sai che scoop! L'ha già fatto con Kledi a "C'è posta", ma da noi dovrebbe mettersi a confronto con la propria indole sportiva, con la convivenza quotidiana con un partner, la disciplina. Tirando fuori la sensualità, come hanno fatto Irene Pivetti o Valentina Vezzali, che sono delle uome...».

"Uome"? Bel lapsus.
«Però è così. Noi donne, gettate in questi schemi di lavoro così ancestralmente virili, siamo costrette a mettere in secondo piano il nostro lato seduttivo, la nostra meravigliosa fragilità».

Maria è il suo opposto.
«Ha inventato uno stile televisivo per "sottrazione". Lascia l'ospite al centro della scena, e resta sulla soglia, lavorando sui silenzi. Una grandissima intuizione. Semmai è l'opposto della Ventura, che esonda con la sua fisicità».

Che voto dà a Del Noce?
«Dieci».

Non vale.
«Con "Ballando" mi ha offerto la più grande opportunità di questi anni. Abbiamo utilizzato al meglio il format. Ci è giovato scomparire per un po', lasciare il pubblico affamato».

Fiorello a Sky?
«Fa bene. È un incursore, come Benigni. Non gli interessano quattro ore di show, lui vuole colpire e tornare dietro le quinte. Se capisco bene saranno porzioni di mezze ore. Non so quanto economiche per Sky, ma ora la priorità della rete satellitare non è ammortizzare i costi, ma rendersi competitiva».

Se Murdoch la chiamasse?
«Sono da 32 anni in Rai, a parte piccole parentesi con Mediaset. Nel nostro mestiere dobbiamo stare attenti alle vie di comunicazione nuove. Non so dove ci porterà la tv digitale, però mai dire mai. Io sono una fedele per natura, a casa mio marito mi rimprovera di non voler mai buttare via le cose vecchie. Ma pur con l'affetto enorme che nutro per Viale Mazzini, la vita è fatta di uomini e occasioni. Oggi anche la Rai cambia pelle in continuazione, non è più quella dei progetti a lungo termine di Bernabei o Agnes. Ci sono state direzioni generali durate otto mesi, tourbillon al vertice. Per fortuna Del Noce è rimasto al suo posto per molto tempo. Certo, se la Rai non dovesse volermi più...».

Sanremo: quanto dovrebbe durare?
«Tre sere, come una volta. Tifo per Bonolis: è svelto di testa, fulminante. Può riuscirgli il colpo di riportare il Festival al centro degli eventi televisivi dell'anno, il marchio di Raiuno».

Stefano Mannucci
per "Il Tempo"

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