Gianni Ippoliti: 'Rai, ipocrita e serva della politica'

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Fonte: Libero Quotidiano

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Televisione
  mercoledì, 08 agosto 2007
 00:00

Gianni Ippoliti«La Rai è come la Ferrari. Ha tecnici e impianti di prim'ordine, ma manca un Jean Todt».

Gianni Ippoliti, conduttore e autore televisivo, ha le idee chiare sul caos che blocca da anni l'azienda di Viale Mazzini. 

Il caso dì Carmen Lasorella è lo spunto per allargare l'analisi ai difetti strutturali della rete pubblica, tra sprechi, miopie e politiche produttive imbarazzanti.

Ippoliti, come si spiega la situazione di Carmen Lasorella, Freccero, Beha, tutti pagati e non utilizzati?
«È la Rai, una contraddizione dietro l'altra. Nasce tutto a monte: perché stipulare contratti "a vita" a dirigenti, direttori e vice-direttori, quando tutti sanno che la loro nomina è legata a chi è al Governo in quel momento?

Meglio contratti "a tempo determinato"?
«Sì, meno ipocrisia. I cittadini si scandalizzano per ì parlamentari che dopo una sola legislatura strappano ricche pensioni. Perché non fanno lo stesso con quei dirigenti televisivi che una volta cacciati mantengono l'onorario senza far nulla? Fortunatamente questa non è la mia condizione».

Che contratto la lega alla Rai?
«Attualmente non sono a libro paga. Nella mia carriera ho sempre lavorato a progetto, sul singolo programma. Il contratto a lungo termine, in Rai lo fanno solo agli sponsorizzati, con alle spalle amici potenti».

Ma, clientelismo e "padrinati" a parte, qual'è il motivo di tanto spreco?
«Le scelte dirigenziali della Rai sono così assurde da togliere ogni voglia di capire, trovare risposte. Tutto nasce dalla scellerata politica dei format estemi».

Cosa intende?
«Quando la Rai produceva il 100% dei propri programmi, aveva 11.500 dipendenti. Oggi il 40% dei contenuti Rai è realizzato da società di produzione esteme. Quanti sono i dipendenti? Ancora 11.500. È assurdo: qualsiasi analista economico capirebbe la contraddizione».

In pratica: diminuisce la produzione ma i dipendenti rimangono al loro posto, inutilizzati?
«Peggio: le società di produzione esterne sfruttano gli studi, i tecnici, il know-how della Rai. Una sorta di comodato d'uso. In cambio, come se non bastasse, l'azienda pubblica compra profumatamente il format da quelle stesse società esteme».

Tutto ciò da cosa dipende?
«La causa principale è la fuga all' estemo dei produttori esecutivi. La Rai si sta progressivamente privando di cervelli, menti creative. I produttori esecutivi sono quelli che valutano il progetto e lo fanno diventare realtà. Un po' come Jean Todt alla Ferrari. Ormai i produttori preferiscono andarsene ed accasarsi alle società di produzione esteme, libere da veti e burocrazia. Senza una dirigenza capace, assistiamo a casi come quelli di "I soliti ignoti"».

E qui si torna alla questione dei format. Non è assurdo che la Rai non riesca a "costruirsi" un programma in casa?
«Di più: è assurdo che debba pagare società esteme per acquistare format inesistenti o che addirittura aveva già a disposizione. Faccio due esempi. "In 1/2 h" di Lucia Annunziata: che senso ha pagare come format estemo una semplicissima intervista di mezz'ora? Solo uno spreco. E ancora: "I soliti ignoti" è un format estemo basato su "Identity", programma americano che risale a ben cinque anni fa».

Qual'è il problema?
«Pochi sanno una cosa: nel '91 presentai a "Girone all'italiana" di Andrea Barbato, su Raitre, un quiz autarchico, tutto farina del nostro sacco. Il meccanismo era semplice: il concorrente doveva indovinare il mestiere di uno sconosciuto... Sbaglio o la Rai ha pagato la Endemol per assicurarsi un format che avevamo inventato a Viale Mazzini?».

Lei ha descritto un'azienda in preda a caos e pressapochismo. Come può risollevarsi?
«Ai tempi di Guglielmi, un autore si presentava con la sua idea. Se andava bene, il giorno dopo era già negli studi per registrare il numero zero. Oggi questo è impossibile. Le società di produzione esteme vendono interi pacchetti di programmi, cannibalizzano i palinsesti. Si deve puntare di nuovo sulle risorse inteme. Altrimenti, meglio chiudere».

Claudio Brigliadori
per "Libero Quotidiano"

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