La Rai in cerca di un supercapo per il varietà

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  mercoledì, 31 ottobre 2007
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La Rai in cerca di un supercapo«Il nostro intrattenimento nazional-popolare va ripensato», parola di Claudio Cappon, direttore generale Rai. Creando magari una struttura specifica per il varietà, come quella già esistente per la fiction. I venti milioni di italiani che guardano la tv, e anche i trenta che non la guardano, sanno a memoria quanto l’emittente di stato sia schiacciata tra la politica e il commercio, pubblicità, ascolti, prodotti da vendere ai clienti-spettatori.

E i contenuti? Quelli che una volta si definivano pomposamente «artistici»? Insomma: e i programmi? Ultimo problema. L’importante è perpetuare rendite di posizione e non rischiare, nell’attesa di un periodico Godot. Che potrebbe arrivare con le nuove nomine.

Dunque: la prima cosa da fare è trovare un posto al direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce, che non sembra facilmente ricollocabile. Ci può sempre essere ad attenderlo una bella capitale, Londra e New York accolgono volentieri gli ex direttori.

A dirigere Raiuno andrebbe Giancarlo Leone, già presidente di Raicinema e adesso vicedirettore generale; carica che si sposterebbe su Paolo Ruffini, attuale direttore di Raitre; e ai lidi di Raitre, unita con RaiEducational per formare il tuttora latitante «polo di servizio pubblico» approderebbe Giovanni Minoli. Mistero su Raidue.

Al pubblico, di tutto questo valzer, che importa? Almeno indirettamente deve importare, visto che il valzer incide sui risultati. Fondamentale è rendere il prodotto meno ingessato, con quei palinsesti copia-incolla per non rischiare; altrettanto fondamentale, soprattutto per Raiuno, è non appiattirsi su spettatori ultracinquantenni, cercando invece nuovi target. E come si trovano, i nuovi target? Con nuovi programmi.

La fiction sta per conto suo, diretta da Agostino Saccà che dispone di budget e professionisti. La sua squadra di sceneggiatori, assicura chi lavora all’esterno, è una garanzia di competenza e professionalità. Non sono tempi facili per nessuno, però, su Guerra e pace avrebbero scommesso tutti per maggiori ascolti e gradimenti. In ogni modo, è nata l’idea, che pare fortemente sostenuta da Giancarlo Leone, di creare per il varietà (con la fiction l’altro «specifico televisivo») una struttura indipendente. Ma, domanda delle domande, con budget o senza? La risposta è strategica. Inoltre, per avere una struttura veramente efficace, dovrebbero cambiare le prerogative dei direttori di rete. Già non hanno la fiction: perderebbero pure l’intrattenimento? Accetteranno di indebolirsi?

E insomma, son problemi. Che lascerebbero freddo il pubblico, se le conseguenze non si vedessero ogni giorno. L’intrattenimento Rai sta perdendo tutte le sfide dirette; almeno le perdesse con programmi di alta qualità e raffinata fattura, un po’ ostici. No, le sfide le perde con Il treno dei desideri, I fuoriclasse, Ballando con le stelle, non propriamente sperimentazione. E’ stato appena presentato il piano industriale Rai. Il presidente-non mi dimetto-Petruccioli, ha annunciato che è pronto pure quello editoriale (100 cartelle cui ha lavorato soprattutto Leone), e che il consiglio d’amministrazione comincerà a discuterlo oggi.

Cappon aggiunge: «Molto spesso le iniziative nuove si scontrano con strutture di palinsesto vecchie di 10-15 anni che si ripetono, senza riflessione reale della loro utilità». Traduzione: la Rai si trova impastoiata in contratti da cui non ha la forza di uscire. Ma dovrebbe. Politica, vallettopoli, ascolti, non aiutano.

Tira un’altra aria, alla Rai: l’aria anti-produzioni esterne. Sapete quelle società potenti, Endemol, Magnolia, Ballandi, che fanno i programmi e li vendono alla Rai? Molti stanno dicendo: basta. La Rai ha undicimila dipendenti: perché non ne fa lavorare qualche migliaio alle produzioni e risparmia gli acquisti? Logico, no? Ma, sostengono gli esterni, se vuoi la qualità, è sul mercato che la devi cercare. Come a dire che alla Rai non si trova. Naturalmente non è vero; la Rai è piena di competenze. Non le ha troppo valorizzate, negli ultimi anni, ecco: in buona compagnia di tante altre aziende.

Alessandra Comazzi
per "La Stampa"

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