Gentiloni: 'Siamo ad una svolta, riformeremo il paese'

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Televisione
  mercoledì, 13 giugno 2007
 00:00
Un'intervista a più voci, organizzata da Articolo 21 e curata da Giorgio Santelli.

Un'idea realizzata a Gubbio, al convegno sul lavoro precario organizzato dalla FNSI, per rispecchiare le delusioni e le paure di un pezzo del popolo dell'Unione. Quelli che non vogliono ritrovarsi di nuovo all'opposizione senza aver provato seriamente a riformare la Tv di questo paese. Le domande sono state raccolte sul web e sono state girate al ministro, presente al convegno. Ecco quello che ne è venuto fuori.

Come è possibile che un imprenditore che occupa abusivamente le frequenze già assegnate da tempo a un suo concorrente non possa essere obbligato a rispettare la legge. (Ignazio Sanno)
GentiloniNegli ultimi vent'anni in Italia c'è stata un'occupazione di fatto delle frequenze, una totale assenza di certezze che è stato uno dei problemi principali del nostro sistema tv. Grazie al database delle frequenze, messo a punto dal Ministero con Agcom dopo un intero anno di lavoro, oggi siamo ad una svolta: abbiamo infatti una mappa per orientarci, che verrà continuamente aggiornata e sottoposta a verifiche, permettendoci di sapere tutto sugli impiantì, sulle coperture, sugli squilibri, sulle irregolarità, sulle rendite di posizione ingiustificate.

Perché nell'era della concorrenza globale in Italia non possono esistere nuovi soggetti o titolari di concessione nel settore televisivo e quindi il mercato e chiuso a pochi eletti?
(Calogero Barone)
Il sistema duopolistico finora esistente non ha permesso l'ingresso di nuovi attori, concentrando nelle mani di Rai e Mediaset gran parte delle frequenze, delle risorse pubblicitarie e dell'audience. Per aprire il mercato a una piena concorrenza oltre a sfruttare le opportunità della TV digitale, va cambiata la legge vigente che ha "legalizzato" le posizioni dominanti.

Il digitale terrestre è una scatola vuota dove si possono vedere solo partite di calcio e repliche, repliche e ancora repliche, più i "doppioni" di canali generalisti e/o satellitari. Non sarebbe il caso di intervenire stabilendo un limite minimo di auto produzioni originali? Con tutta la disoccupazione che c'è in giro nel settore degli audiovisivi, sarebbe una prima importante risposta. ..
(Marco Sisi)
Rai e Mediaset hanno l'obbligo di destinare una quota del loro fatturato ad opere audiovisive europee. Ma non basta. Si deve rompere la condizione di sudditanza che lega i produttori indipendenti ai canali di trasmissione tradizionale, realizzando concretamente i principi del "must carry", cioè l'obbligo per le reti di diffondere i contenuti disponibili, e quello del "must offer" cioè della massima offerta dei contenuti originali. Altro punto essenziale è la limitazione delle esclusive concesse a favore dei "broadcaster" circa la durata temporale e la possibilità di diffusione su diverse piattaforme. Aprire il mercato degli audiovisivi a una vera concorrenza sarà la condizione migliore per favorire le produzioni indipendenti.

E' possibile avere almeno un canale della Rai senza pubblicità (il canone non è forse sufficiente?) da dedicare davvero e in esclusiva al servizio pubblico con professionisti seri e preparati senza tessera politica? (Mario Valentini)
Una volta varata la riforma della Rai potrebbe essere un obiettivo su cui discutere: un canale finanziato interamente dal canone e dunque con contenuti di vero servizio pubblico, slegato dalla logica commerciale e dunque dal ricatto degli ascolti. A 32 anni dall'ultima riforma .Rai e all'indomani dell'ipotesi di riforma parziale della 112 del 2004, che però non ebbe mai corso, l'obiettivo della riforma - che ho proposto col DDL del 17 maggio scorso, che ridefinisce la disciplina e l'organizzazione del servizio pubblico generale radiotelevisivo - e' quello di una Rai più autonoma dal potere e distinguibile dalla tv commerciale. Obiettivi che non sono un optional, perché il futuro incombe e nell'era digitale l'offerta. Rai rischia di diventare irriconoscibile. Da anni promettiamo di ridimensionare questa influenza della politica sulla Rai: ora siamo alla prova della verità. Sono convinto che la trasformazione dell'azienda in una fondazione, con nomine dei vertici autonome, porterà finalmente la .Rai ad essere più libera. Non è più possibile pensare a una tv di Stato che subisca ogni cambio di governo con nuove nomine dei dirigenti e rivoluzioni di programmi e progetti.

In una Sua intervista di qualche mese fa, aveva espresso il suo impegno a sanzionare comportamenti quali l'aumento indiscriminato del volume dei messaggi pubblicitari rispetto al livello di volume normale delle trasmissioni che venivano interrotte. A seguito di quella intervista non ho sentito più parlare della questione. E' stato fatto niente per risolvere il problema? (Vincenzo Galdi)
Mesi fa come Ministero delle Comunicazioni avevamo segnalato all'Autorità delle Comunicazioni i risultati di un'indagine che avevo fatto realizzare dall'ISCOM (l'Istituto Superiore delle Comunicazioni dello stesso Ministero), da cui emergeva l'irregolare comportamento dei broadcaster TV, i quali aumentavano notevolmente il volume degli spot televisivi rispetto alla programmazione normale. A seguito di quella denuncia del Ministero delle Comunicazioni la Rai annunciò che avrebbe provveduto a diminuire il livello sonoro dei propri spot avvicinandolo a quello della trasmissione precedente il "break"pubblicitario e pare che stia mantenendo l'impegno. Nelle prossime settimane faremo nuovi controlli e per chi non sta nei limiti scatteranno le sanzioni.

A quando un'azienda che tenga conto della meritocrazia? Mi fa molto piacere vedere che uno dei quattro punti fondamentali del PD, sarà la meritocrazia, ma lavoro da troppi anni a contatto con questa azienda (giornalista pubblicista e autore testi), per aver fiducia che le cose cambino. Questa azienda ha perso la memoria. Il mio lavoro e quello di molti altri colleghi come me, non ha una "storia", perché le logiche sono quelle clientelali, nepotiste e partitiche. Vanno avanti i meno bravi, basti pensare a molti dirigenti ignari di cosa sia la tv, per affondare ulteriormente una risorsa che e' l'azienda e chi ci lavora, e, non certo ultima per importanza, per distruggere totalmente una regola fondamentale del vivere: una coscienza civica e un'assunzione di responsabilità. Ci riuscirà signor ministro, a ridare memoria e dignità a questa azienda e a chi potrebbe contribuire a farlo? (Benedetta)
La RAI è la prima industria culturale del nostro paese. Il suo patrimonio di capacità creative e professionali non viene messo in discussione. E' tuttavia evidente che due fattori, consolidatisi soprattutto negli ultimi anni, ne hanno condizionato negativamente l'immagine e la funzione: l'influenza troppo marcata della politica nella gestione aziendale e l'esistenza di unico concorrente, con la creazione di quello che viene definito un duopolio di fatto. La proposta di riforma del sistema televisivo mira a limitare entrambe le distorsioni. Il "passo indietro" che si chiede all'influenza indebita della politica nella RAI, dovrà liberare le energie e le capacità che certo non mancano, superando vecchie logiche di appartenenza e di schieramento. L'apertura del mercato televisivo, mediante la riduzione delle attuali posizioni dominanti, dovrà aiutare la RAI a valorizzare il suo ruolo di servizio pubblico, rendendola "la prima della classe", e sottraendola alla rincorsa a ogni costo del concorrente commerciale sul solo terreno dell'audience e della raccolta pubblicitaria.

E' possibile limitare al minimo indispensabile (se proprio è necessario) le produzioni esterne alla Rai e utilizzare l'abbondante personale dipendente Rai? Se invece il personale Rai non serve e/o è in soprannumero, allora blocchiamo il turnover almeno per 5 anni... (Mario Valentini)
Nessuna grande rete televisiva, pubblica o commerciale, produce la totalità dei programmi che diffonde. Il punto centrale è la piena utilizzazione delle risorse inteme, talvolta sacrificate, e la capacità di integrare l'offerta con produzioni indipendenti di valore, senza rinunciare alla ricerca di un livello di qualità generale degno del servizio pubblico di un paese moderno ed evoluto.
Giorgio Santelli
per "Off" 

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