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Una voce, un volto, una leggenda: Federica Pellegrini al “Federico Buffa Talks” su Sky e NOW

News inserita da: Simone Rossi (Satred)

Fonte: Digital-News (com.stampa)

S
Sky Italia
venerdì, 11 luglio 2025 | Ore: 17:05

La più grande nuotatrice italiana di sempre, Federica Pellegrini, è l’ospite del nuovo episodio di Federico Buffa Talks, produzione originale Sky Sport con Federico Buffa e il direttore Federico Ferri, da venerdì 11 luglio, alle 11 su Sky Sport 24, alle 13.15, dopo la partita di pallanuoto dei Mondiali di Singapore con le Azzurre impegnate contro la Nuova Zelanda, e alle 21.15, su Sky Sport Uno, in streaming su NOW. Disponibile on demand, come le precedenti interviste del ciclo Federico Buffa Talks. Approfondimenti dedicati su Sky Sport Insider, lo spazio premium del sito skysport.it.

Federica Pellegrini rappresenta record e vittorie. Prima medaglia d’oro olimpica del nuoto femminile italiano, undici record del mondo, cinque finali consecutive su cinque Olimpiadi nella stessa specialità, i 200 sl, da Atene 2004 a Tokyo 2020; un oro e un argento olimpici, sette ori mondiali e quattordici ori europei. A fine mese, a Singapore entrerà nella Hall of Fame del nuoto mondiale, ma la sua eredità va oltre i titoli, un dono per lo sport italiano. Numeri e traguardi di una carriera leggendaria che però, la raccontano solo in parte, perché Pellegrini non è solo la campionessa, è una donna che ha sempre lottato per rivendicare la sua libertà di pensare, di parlare, di essere, di confrontarsi, anche con il rischio di andare controcorrente.

“Rompere gli schemi è sempre stata una cosa che mi veniva abbastanza naturale.
Volevo essere la prima donna nel mio sport a fare cose riservate
fino a quel momento soltanto agli uomini e questo è stato per me uno stimolo incredibile”.

“Soprattutto nei primi anni della mia carriera, ho sempre avuto una personalità molto divisa, da una parte -
a volte in lotta l'una con l'altra -
c'era la ragazza che voleva essere normale, Federica;
dall'altra, invece, c'era la Pellegrini, una ragazza ingombrante,
una donna che vinceva, di successo, molto determinata, cosciente di quello che voleva”.

[Federica Pellegrini]

La sua ostinazione, il suo atteggiamento riservato e distaccato le hanno spesso conferito negli anni l’etichetta di superba e altezzosa.

Federico Buffa: “Una cosa che ho letto nelle interviste che hai rilasciato è: Antipatica? Io competo. In questo momento c'è lo spirito di Kobe Bryant che ti direbbe: “Fede, per favore spiegaglielo, perché questi non capiscono, che finché sei un atleta, con una voglia di vincere di natura compulsiva ossessiva pura, e stai competendo al più alto livello mondiale, non hai il tempo per essere simpatico. Prendimi da dieci giorni dopo che ho smesso e vedrai un altro me”.

“Corrisponde in tutto, io ho cambiato il mio approccio
con il mondo il giorno dopo che ho smesso di nuotare”.

[Federica Pellegrini]

Nel racconto della carriera e della vita di Pellegrini, emergono momenti e personaggi che hanno segnato in modo importante e indelebile il suo cammino.

Tra i momenti: l’argento di Atene, appena sedicenne, che segna il primo grande impatto con i riflettori, l’ingresso nel mondo adulto con le sue responsabilità; la consacrazione a Pechino 2008 e le ombre del successo, la fatica, il corpo e la mente che si ribellano; la magia di Roma 2009, le vittorie sì ma anche le delusioni, le sconfitte, il rapporto con l’errore e il fallimento. Fino alla quinta Olimpiade, simbolo di una longevità sportiva senza eguali.

Federico Ferri: Credo che l'impresa di raggiungere la quinta finale olimpica consecutiva, ed essere così competitiva, sia una delle più grandi imprese che possiamo raccontare nello sport italiano senza medaglia, perché arrivare a fare la quinta Olimpiade in quel modo è qualcosa di incredibile”.

Tra le persone che hanno segnato e indirizzato il suo percorso c’è Alberto Castagnetti, guida sportiva e di vita, ancora di salvezza quando tutto sembrava naufragare, che con la sua morte prematura ha aperto una voragine in Federica che solo il richiamo dell’acqua, è riuscito a colmare.

“Sono quelle persone che nella vita devi avere la fortuna di incontrare nel momento giusto.
Alberto mi ha preso e mi ha ricostruito, pezzetto per pezzetto, modificando anche il mio modo di nuotare,
il mio modo di intendere l'allenamento. Pretendeva tanto e io da lui ho imparato a pretendere tanto da me stessa”.

[Federica Pellegrini]

E infine il legame con l’acqua, la sua comfort zone, il centro del suo mondo.

“L'acqua ti sceglie, perché è un ambiente che ti isola completamente dal resto del mondo,
lo scegli se hai un determinato tipo di carattere. Io sono sempre stata una bimba,
una ragazzina molto timida e molto introversa, quindi, per me è stato facile scegliere l'acqua e sono sicura che l’acqua abbia scelto me”.

[Federica Pellegrini] 

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 SKY FEDERICO BUFFA TALKS - FEDERICA PELLEGRINI

 

Ferri: Nelle puntate precedenti, abbiamo parlato di cronaca con tanti atleti e atlete ancora in gara, ancora vincenti. Abbiamo parlato di storia dello sport. Qui, caro Federico, dobbiamo sconfinare nella leggenda. Che è anche leggenda olimpica. Vorrei farti introdurre, Federica, da Federico, citando un'Olimpiade a lui cara, anche nei suoi racconti teatrali: Berlino 1936. C'è un filo che unisce la prima medaglia d'oro dello sport italiano al femminile con Federica Pellegrini...

Buffa: Trebisonda, detta Ondina, Valla, vince gli 80 ostacoli delle Olimpiadi del '36. Fino ad allora c'erano andate soltanto uno sparuto gruppo di ginnaste all'Olimpiade di Amsterdam. Lei doveva andare a quelle del '32 ma il Vaticano si oppose perché sarebbe stata l'unica donna in una spedizione di soli uomini. Nel '36 ci andò e vinse gli 80 ostacoli. Da lì in poi, lo sport femminile italiano avrebbe fatto fatica a mandarne una sul podio. Il nuoto ha mandato Novella, e poi un giorno è arrivata un'altra che deve aver combinato qualcosa di importante. Complimenti!

Pellegrini: Grazie, grazie mille.

Ferri: Cosa significa rompere gli schemi? Sentirsi la prima con quell'oro a Pechino?

Pellegrini: Diciamo che rompere gli schemi per me è sempre stato abbastanza naturale. Avevo questa voglia innata di essere la prima donna nel mio sport a fare cose riservate fino a quel momento soltanto agli uomini. Non perché avessi qualcosa contro gli uomini, ma era per me uno stimolo incredibile. Lo è stato per tutta la mia carriera: Pechino 2008 è stato il mio primo oro, peraltro olimpico con record del mondo. Quindi è arrivata la grandissima consapevolezza di essere la più veloce che abbia mai nuotato i 200 stile libero in quel momento. Pechino è il mio primo oro, prima era arrivato l'argento ad Atene a sedici anni e dodici giorni: ero andata come mascotte della squadra olimpica e sono tornata a casa con una medaglia. Da lì la mia vita è cambiata molto: tanto caos nel mezzo e poi, appunto, la Cina.

Buffa: Intendiamoci, in mezzo c'è Sara Simeoni negli anni '80. Ma quello che mi interessava nominare è l'età in cui lei vince la prima medaglia. Era una ragazza ed era inattesa come è stato per Ondina Valla.

Ferri: Ma prima di quella Federica sedicenne che vince l'argento ad Atene, che cosa c'era? Che storia hai avuto prima? Come sei arrivata al nuoto, chi ti ha introdotto?

Pellegrini: Chi mi ha introdotto al nuoto è stata ovviamente mia madre, anche se io non ne ho memoria perché ero molto piccola. Ha fatto come sto facendo un po' io con mia figlia in questo momento, con i corsi di ambientamento in acqua, fondamentalmente per imparare a nuotare. Ma tutte le istruttrici che mi hanno accompagnato da zero, un anno, in poi, ai miei genitori dicevano la stessa cosa: "Questa ragazza in acqua galleggia più di tutti gli altri". Saranno stati i geni, una dote sicuramente chiara fin da subito. E poi c'era la mia sensazione, il mio amore per questo elemento che cresceva di volta in volta, di anno in anno. Per me non è mai stato un problema essere un po' controcorrente. Adesso, mi perdonerete questo termine, molto acquatico...

Ferri: Per una nuotatrice è faticoso…

Pellegrini: Esatto, però effettivamente essere la prima donna a fare qualcosa di così importante è stato bello e molto motivante per me. Non è sempre stato semplice, perché comunque io mi sono affacciata giovanissima a una nazionale molto maschile.

Libertà, sempre

Buffa: Certo. E ti chiami di nome di battesimo?

Pellegrini: Federica.

Buffa: Lui si chiama?

Ferri: Federico.

Buffa: Io mi chiamo Federico. In tedesco: "Ricco di libertà, amante della libertà". Che direi che su di lei cade proprio a pennello.

Ferri: Sì, questo concetto di libertà torna spesso. Sembra quasi che tu faccia sempre qualcosa per dimostrare di essere libera. È così?

Pellegrini: Sì. Non credo per dimostrare di essere libera. Io credo veramente di essere libera. Nel senso: sono libera nel pensiero, sono libera nel parlare, sono libera in tutto quello che ho fatto nella mia vita, non mi sono mai sentita in conflitto di interessi o non ho mai avuto problemi nel parlare di certi argomenti. Il nuoto forse era la cosa che mi faceva sentire più libera in assoluto.

Ferri: A proposito di nuoto e di rapporto con l'elemento, ci hanno affascinato le storie degli atleti che ci raccontano il rapporto con un pallone o con l'acqua o con la neve. Nel tuo caso, appunto, torniamo all'acqua. Che cosa ti ha affascinato fin dall'inizio di questo rapporto e come ti ha accompagnato nel corso della tua carriera?

Pellegrini: Secondo me l'acqua ti sceglie perché è un ambiente che ti isola completamente dal resto del mondo. È un ambiente in cui decidi vivere se hai un determinato tipo di carattere. Io sono sempre stata una ragazza molto timida e introversa: per me è stato facile scegliere l'acqua e l'acqua, sono sicura, ha scelto me. Rimanere in quell'ambiente era la mia comfort zone: non la mia cameretta, non casa mia, non stare in mezzo alla gente. Il posto dove trovavo l'energia per ricaricarmi, il centro di me stessa, era l'acqua. Era una cosa che ho percepito per tutta la mia carriera e che continuo a percepire anche se non nuoto più come prima. Non ho avuto quel post carriera in cui per forza dovevo andare in acqua o correre ad allenarmi. Non mi manca l'allenamento. Però appena vedo questo elemento e quando ci sono dentro capisco che c'è un'attrazione quasi fatalista. Quando mi immergo, quasi mi dico di essere fatta per questa cosa. L'ho sempre sentito.

Buffa: Questo è estremamente interessante, cioè che l'acqua scelga te, prima che tu scelga lei. Nella storia dell'umanità, terra, aria, fuoco, legno, sono proprio gli archetipi ancestrali. Ma tra aria, terra e acqua c'è una distanza abissale come elemento. Il tuo peso del corpo è un altro. Il tuo movimento è un altro e credo che non sentiate niente…

Pellegrini: Pochissimo...

Buffa: Senti il fischietto del tuo allenatore più o meno. Quindi è proprio un altro tipo di elemento...

Pellegrini: Sentiamo il rumore dell'acqua nella bracciata, è una sensazione completamente diversa.

Buffa: E però tu evolvi come essere umano per dimensioni, per peso, per acquaticità immagino, anche.

Pellegrini: Sì, assolutamente.

Buffa: E quindi è una progressione all'interno dell'acqua. Hai potuto fare nuoto agonistico fino all'ultimo giorno, praticamente.

Pellegrini: C'è da dire che la vita di un'atleta agonista che sceglie il nuoto non è così lunga. Vincendo il mio ultimo mondiale a 31 anni sono stata molto longeva per questo sport.

Buffa: Cinque Olimpiadi sono uno sproposito.

Ferri: In generale, non solo nel nuoto. Credo che - saltiamo da uno spazio temporale a un altro - quell'impresa di raggiungere la quinta finale olimpica consecutiva, peraltro neanche andata così male, sia forse una delle più grandi che possiamo raccontare nello sport italiano. Non si è vinto una medaglia, ma arrivare a fare la quinta in quel modo è qualcosa di incredibile, considerando che ci sei arrivata un anno dopo il previsto a causa del Covid.

Pellegrini: Per me è stato durissimo. La pandemia ci ha bloccati tutti in casa. Per uno sportivo in generale stare fermo tre mesi è qualcosa di strano; per un nuotatore è straziante, perché noi lavoriamo sulla sensibilità. Stiamo fermi la domenica per riposare e già lunedì mattina ricominciare è un altro tipo di lavoro. Lavoriamo su ogni centimetro del nostro corpo, ogni millimetro del nostro corpo percepisce l'acqua che scorre mentre si va. Sai dove passa la tua mano, sai dov'è il tuo piede, sai come si appoggia il tuo piede sul muretto anche senza vederlo. È veramente un lavoro introspettivo, di sensazione e di sensibilità; stare ferma così tanto, a un'età già avanzata per questo sport, mi ha fatto poi cambiare obiettivi per l'Olimpiade che sarebbe arrivata.

Buffa: Quando hai iniziato tu non c'erano i mental coach o cominciavano a esserci?

Pellegrini: No, quando ho cominciato io, introdurre quella figura era sintomo o sinonimo di qualcosa che non andava bene. Era un tabù. Adesso direi che lo stiamo ribaltando. Nella mia Academy ho la possibilità di relazionarmi con le nuovissime generazioni e ho voluto questa figura all'interno della nostra realtà perché anche l'allenamento della testa è importante, non solo quello del fisico.

Buffa: Le ragazze di oggi sono più fragili rispetto a voi?

Pellegrini: In generale, i ragazzi di oggi sono molto più fragili.

Ferri: Su cosa lo vedi questo?

Pellegrini: Sentono molto più la paura di fallire, la pressione di dover performare in un determinato modo. Molto spesso riscontro questi sintomi anche nei bambini dai sette ai dodici anni. I social o le famiglie li buttano nel mondo per farli diventare per forza qualcuno. E le nuovissime generazioni avvertono tantissimo questo peso.

Ferri: Prima hai citato l'elemento della fragilità. Secondo me, un tratto caratteristico del tuo modo di stare in pubblico è anche quello di non averla mai nascosta e a un certo punto addirittura di avere utilizzato l'esempio di un tuo momento di fragilità giovanile, per dire: "Ce l'ho fatta io, ce la potete fare anche voi" a tanti ragazzi. Ti chiedo se ti sei sentita un po' la responsabilità di trasmettere qualcosa in quel momento e come è andata quella fase della tua vita.

Pellegrini: Non sono mai stata una persona che è riuscita a costruirsi una maschera perché caratterialmente non ce la faccio: si legge troppo in viso quello che sto provando, quello che sto passando. Nella mia vita sarebbe stato molto difficile per me, forse più dispendioso, non ammettere che in quel momento avessi veramente bisogno di un aiuto o stessi attraversando un problema. Da un lato vedevo una grandissima opportunità: parlare è già comunque condividere un problema. Dall'altro lato sapevo che si sarebbero trovati nella mia stessa situazione tantissimi adolescenti con problemi alimentari o crisi di panico. Quindi mi premeva questa voglia di esorcizzare un po' il problema, renderlo normale, ma dire anche: "Lo sto attraversando anch'io, non siete soli". Nei primi anni della mia carriera ho sempre avuto una personalità molto divisa, quasi in lotta l'una con l'altra: da una parte, c'era la ragazza che voleva essere normale, Federica; dall'altra invece la Pellegrini, una ragazza ingombrante, una donna che vinceva, di successo, molto determinata, cosciente di quello che voleva. Queste due realtà molto spesso, soprattutto all'inizio nell'adolescenza, dove c'è grande caos per una donna, sfociavano in grandissimi problemi.

L'adolescenza difficile

Ferri: Tra l'altro in un momento in cui sei stata lontana dalla tua famiglia, perché avevi scelto di andarti ad allenare a Milano, no?

Pellegrini: Sì, nel 2004 vinco l'argento ad Atene e a settembre sapevo già che sarei andata con il mio allenatore. Lui si stava per trasferire in questa grandissima società di Milano e io ovviamente, dopo un argento olimpico, ero andata da mamma e papà per dire loro: "Io domani parto e ci vediamo a 3 ore di distanza". Col senno di poi, da mamma, non so come abbiano fatto i miei genitori a essere così lucidi, così pragmatici in quel momento. Avevo 16 anni, volevo andare via e mi hanno assecondato. Non so se avrei la forza di farlo con mia figlia.

Ferri: Ma i problemi che hai avuto in quel periodo li hai superati da sola? Cosa ti ha aiutato a venire fuori in quel momento?

Pellegrini: No, la mia famiglia c'è sempre stata. In quei due anni che ho vissuto a Milano ho attraversato quel momento in cui tante ragazze non si riconoscono più. Mi sono ricoperta di acne, tra l'altro riportando ancora le cicatrici sul volto, mi sono ingrossata, avendo avuto sempre un corpo longilineo. Fa strano perché - lo dico e lo enfatizzo sempre, perché molto spesso non ci si pensa - io ho passato la mia vita in costume da bagno. E quindi era tutto esponenzialmente più grande. E in più ero già Federica Pellegrini.

Buffa: Un libro di riferimento nella tua vita è 'La solitudine dei numeri primi'. Il personaggio di Alice sei tu? Questa figura femminile avviata allo sport, un po' riluttante e con una serie di problematiche, sei tu?

Pellegrini: Credo di riconoscermi più in lui che in lei. L'ho letto in un momento particolarissimo. Sono un po' quei libri che leggi e non sai perché li leggi proprio nel momento giusto. L'ho letto nei giorni di Roma 2009, in quella settimana per me incredibile: un Mondiale in casa, il tifo di casa, gli spalti che si muovono da quanto rumore c'è. Ovviamente avevo tensione nel dover performare e vincere che non mi faceva neanche mangiare. Ecco, quel libro è riuscito a farmi mangiare.

Buffa: Nello stadio più bello del mondo.

Pellegrini: Nello stadio più bello del mondo.

Buffa: Ce lo descrivi visto dalla posizione diversa, cioè la tua?

Pellegrini: La mia posizione di solito è quella dei blocchetti di partenza, ed è una piscina incredibile- Intanto perché è aperta…

Buffa: Che è tutta un'altra cosa.

Pellegrini: Sì. A Roma, con la sua atmosfera e i suoi tramonti, è incredibile. Questa vasca con dei veri spalti di marmo, fatta di cemento e non prefabbricata… Quel rumore che va un po' sempre aumentando, per poi disperdersi nell'aria…

Buffa: Avresti voluto essere una dorsista per guardare il cielo?

Pellegrini: L'ho fatto per una parte della mia vita. L'ho voluto fare da un certo punto in poi, mi sono allenata tantissimo a dorso per guardare il cielo.

Buffa: È tutta un'altra prospettiva

Pellegrini: Ma già quando arriva la primavera, l'estate, quando questi palloni si aprono, per noi inizia un altro sport.

Buffa: È vero che fai fatica in mare?

Pellegrini: Molta.

Buffa: Ma come?

Pellegrini: Questo me lo devi dire tu perché.

Buffa: È curioso.

Ferri: Abbiamo avuto qui a Buffa Talks Gregorio Paltrinieri, che credo faccia una cosa molto distante dal tuo concetto di acqua: vasca e mare aperto insieme.

Pellegrini: Greg faceva comunque gare lunghe in vasca, quindi la proiezione sul fondo è diversa. Io ho una passione enorme per il mare, però purtroppo vado in difficoltà, nel senso che galleggio, però mi inquieta molto.

Buffa: Ti sei mai domandata da dove derivi tutta questa difficoltà?

Pellegrini: Ho cercato di fare psicologia spiccia. La paura dell'ignoto? Sì.

Buffa: Dell'inesplorato?

Pellegrini: No, è più dell'ignoto. Quando mi tuffo in mare aperto sento dentro di me la canzoncina de 'Lo squalo' che parte. Penso sia più che altro il non sapere quello che c'è sotto.

Il rapporto con Castagnetti

Ferri: Abbiamo affrontato il periodo precedente alle Olimpiadi di Pechino e l'esplosione del massimo splendore ai Mondiali di Roma. Questo periodo è accompagnato dall'arrivo nella tua vita di una figura molto importante come quella di Alberto Castagnetti. Come ti ha cambiato la vita sportiva, e forse non solo? Che rapporto c'è tra un atleta di alto livello che fa uno sport individuale e un allenatore come questo?

Pellegrini: Alberto è una di quelle persone che nella vita devi avere la fortuna di incontrare nel momento giusto. Io uscivo dall'Europeo di Budapest 2006 con una spalla a pezzi, non ero neanche entrata in finale dopo un argento olimpico, una cosa folle. Lascio stare i titoli sui giornali che scrivevano di un'atleta finita. Alberto mi ha preso, mi ha portato via da Milano nella sua Verona, che è diventata anche mia, e mi ha ricostruito pezzetto per pezzetto, modificando anche il mio modo di nuotare, di intendere l'allenamento o l'essere atleta. Con grande durezza: pretendeva tanto e io da lui ho imparato a pretendere tanto da me stessa.

Ferri: Tu accettavi questa durezza o hai avuto dei momenti di difficoltà?

Pellegrini: All'inizio litigavamo spesso, perché io sono sempre stata una persona che risponde a tono e lo facevo anche con lui. Non si deve mai fare con l'allenatore. Però dovevo imparare, dovevo batterci la testa e lui mi buttava fuori dall'allenamento due volte a settimana. Proprio per questo mio atteggiamento, però, pian piano abbiamo cominciato a conoscerci. Lui ha capito come ero io e io ho capito come era lui. Intanto pretendeva sempre di più, io lo facevo con me stessa, finché non ci siamo allineati.

hall of fame

Buffa: Penso che stai per toccare con mano uno dei più grandi onori della tua vita. Consiglierei a tutti di leggere le motivazioni per cui quest'estate verrai inserita nella Hall of Fame del nuoto.

Ferri: Allora: "È l'unico nuotatore, maschio o femmina, ad aver vinto otto medaglie di fila nella stessa specialità, i 200 metri stile libero. Inoltre, è la prima campionessa olimpica italiana di nuoto e l'unica nuotatrice italiana ad aver stabilito più record mondiali in più di un evento. Ai Giochi olimpici di Tokyo 2020 disputati nel 2021 è diventata la prima nuotatrice a qualificarsi per cinque finali olimpiche consecutive nello stesso evento: i 200 metri stile libero".

Buffa: Ma per me il grande onore è che raggiunge il suo allenatore. Vi ricongiungete nel luogo più ieratico possibile per un praticante del tuo sport.

Pellegrini: Le motivazioni mi fanno grande onore, però io aspettavo proprio il momento di chiudere il cerchio con Alberto, perché lui era innamorato di questo posto. La Hall of Fame è a Fort Lauderdale, noi ci passavamo tutte le primavere perché scendevamo dall'altura di Flagstaff per fare lì le due settimane al mare.

Buffa: Cioè vi allenavate in Arizona in altura e poi…

Pellegrini: Facevamo cinque settimane tra febbraio e marzo: tre in altura che erano abbastanza dure, nella Monument Valley... Il Gran Canyon penso di averlo visto in tutte le stagioni, con la neve, col sole: paesaggi incredibili. Forse la cosa che mi è mancata di più, smettendo di nuotare, era proprio passare questo tempo in America. Dopo l'altura, andavamo al sole due settimane: il nuoto guardando il cielo, sotto il sole, per noi è importantissimo. Lì, nella piscina di Fort Lauderdale c'è la Hall of Fame. Mi sono allenata lì con Alberto per le grandissime imprese che abbiamo ottenuto insieme. E lì tornerò...

La scelta di Lucas

Federico: È vero che hai pensato di smettere quando è morto?

Pellegrini: Sì, perché avevo 21 anni. È successo il 12 ottobre 2009, tre mesi dopo Roma 2009. Nell'apice della nostra vita professionale, ma anche affettiva. Purtroppo, per un'operazione che sembrava quasi di routine, ci sono state delle complessità: ha avuto un arresto cardiaco a casa ed è mancato. Sono quelle persone che arrivano come un miracolo e purtroppo se ne vanno via troppo presto. Per la mia età, per tutto quello che avevamo ottenuto insieme e per quello che volevamo fare insieme. Mi sono detta che senza di lui non avrei potuto andare avanti. Poi di nuovo l'acqua ha scelto per me.

Buffa: Come si è presentato il suo successore a Federica Pellegrini? Con che parole e come l'hai scelto?

Pellegrini: L'ho scelto io ed è sempre stato il suo secondo. Purtroppo, in quel periodo sicuramente non ero in me, non ero un'atleta lucida nei due anni che sono seguiti alla morte di Alberto e il mio errore più grande forse è stato cercare Alberto in tutti gli allenatori che poi ho scelto dopo. In quei due anni ne ho cambiati tanti, doveva arrivare la persona che avesse una sua personalità, una propria metodologia di allenamento e che io fossi pronta ad accettare nella sua interezza, senza fare paragoni con Castagnetti.

Ferri: E con Lucas come è andata? Perché ti sei scelta uno che era noto per essere un duro, con metodi incredibili. Peraltro ci sono forse degli aneddoti che ci puoi raccontare di questi metodi, delle sveglie di notte, all'alba…

Pellegrini: Sono aneddoti che funzionano molto bene soprattutto con le nuove generazioni che magari si lamentano di essere buttati in acqua alle 08:30 del mattino… Intanto diciamo che la mia scelta era ponderata perché mi sono detta: "In Italia non è andata bene con gli allenatori con cui ho provato a lavorare. Scelgo il più grande che ha allenato la più grande per le mie distanze". Ho puntato su Philippe Lucas che ha allenato Laure Manaudou, quindi 200 e 400 stile libero. Sarei caduta in piedi. L'unico problema era sopravvivere al suo metodo. In tutti i casi, la scelta mi ha portata a Parigi, città incredibile ma anche faticosa per una routine di allenamento così serrata. Ci allenavamo al Circolo di Lagardère, un posto bellissimo. Ma alle 7 del mattino eravamo in acqua, all'aperto…

Buffa: A Parigi fa più freddo che a Roma...

Pellegrini: Però oltre la fatica degli allenamenti, devo dire che Philippe ha portato il mio senso del nuoto più in alto. Questa voglia di spingere oltre è stata secondo me la chiave per riavere quei vecchi risultati. Non ho mai trovato allenatori che fossero gentili, accondiscendenti, da dirmi: "No, va bene, oggi sei stanca. Allora facciamo un po' meno". Quello è venuto dopo, ma perché avevo già un'altra età dal punto di vista atletico. È successo con Matteo, perché c'era un'analisi dell'allenamento completamente diversa. Io ho sempre avuto allenatori che picchiavano duro, e Philippe mi ha portato a fare delle cose in allenamento, anche tecnicamente, incredibili. 

antipatica o simpatica?
Buffa:: Una cosa che ho letto nelle interviste che hai rilasciato è: "Antipatica? Io competo". Lo spirito di Kobe Bryant ti direbbe: "Fede, per favore, spiegaglielo perché questi qua non capiscono che, finché sei un'atleta con una voglia di vincere di natura compulsiva pura e stai competendo al più alto livello mondiale, non hai il tempo per essere simpatico. Prendimi da dieci giorni dopo che ho smesso e vedrete un altro me". Corrisponde?

Pellegrini: Del tutto. Io ho cambiato il mio approccio con il mondo il giorno dopo che ho smesso di nuotare, ma perché fondamentalmente per noi lo sport è una guerra che si combatte ogni giorno sul campo di battaglia. Per noi salire sul blocchetto vuol dire che odio con tutta me stessa tutti gli altri sette competitor che ho di fianco e devo arrivare a odiarli per poter performare al 110%. Quindi è logico che in tutto questo non vedrai mai da me la simpatia.

Ferri:
E una cosa che mi piace è che neanche la cerchi con ipocrisia...

Pellegrini:
Ma Io non sono proprio una comica di mio...

Ferri:
Però diciamo che la carriera da agonista ti ha un po' attaccato un'etichetta che non è vera.

Pellegrini:
Non so se sia una questione di misoginia, non so se sia una questione caratteriale, nel senso che non ho mai avuto la battuta pronta. C'è da dire una cosa: i nuotatori escono dall'acqua e hanno il microfono davanti. Non esiste spogliatoio, non esiste il parlare col coach prima, non esiste la famiglia. Noi usciamo dall'acqua e, ancora grondanti di qualsiasi cosa sia successa in acqua, abbiamo il microfono davanti alla faccia. Per me è sempre stato un problema: lo chiamavo 'il plotone di esecuzione'. Quando andava male era sempre molto difficile coprire questa delusione, perché io per prima ero la più delusa di
tutti quelli che trovavo davanti e che mi chiedevano cosa fosse successo. Risultare simpatica era molto, molto, molto complicato. Errare è umano, ma...

Buffa::
Su quella regale poltrona dove sei seduta adesso, qualche tempo fa si è seduto Julio Velasco, personaggio veramente unico. Con una caratteristica: ha allenato gli uomini e le donne. È rarissimo per un allenatore di alto livello. La sua visione dei due mondi è: "Le donne sono migliori, si impegnano molto di più. Sono più allenabili. Hanno un piccolo problema: non ce la fanno con l'errore. Mentre nei maschi l'errore si può gestire".

Pellegrini: L'ho adorato quando ha detto quella cosa, perché è stata la prima volta in cui ho visto un allenatore uomo parlare del mondo femminile, capendolo. Per me è stato un momento toccante, perché mi sono detta che mai nessuno aveva parlato del nostro mondo in questo modo, capendolo così bene e provando stima nelle donne con cui doveva lavorare.

Ferri: E ce l'hai anche tu questo rapporto difficile con l'errore, questa repulsione?

Pellegrini: Sì, è ossessionante, perché comunque noi cerchiamo sempre di dare la colpa a noi stesse di quello che è successo. Il nuotatore deve lavorare da solo, su quel blocchetto ci sei tu e basta. Io dico sempre di aver imparato molto più dai miei errori, dalle mie gare sbagliate, che non da quelle che ho vinto. Questa introspezione per me è sempre stata importantissima.

Ferri: Qual è l'errore che ti fa soffrire ancora adesso? Parlo del lato agonistico, proprio di quello che hai fatto in un momento di preparazione in gara.

Pellegrini: Questa domanda è molto difficile. Pechino 2008, i 400 stile libero. Quei giochi si presentano nel mondo del nuoto sconvolgendolo, perché per i diritti televisivi americani ci vengono sballati completamente gli orari di finali e batterie. Noi siamo abituati a gareggiare in questo modo: batterie alla mattina, semifinali al pomeriggio, finale nel pomeriggio del giorno dopo. Invece facciamo le batterie al pomeriggio e la finale alla mattina, cosa che per un'attivazione muscolare prevede completamente un altro lavoro. Quindi mi trovo a fare questo 400 stile libero, dopo il record del mondo di due mesi prima, ma arrivo quinta per un errore di tattica di gara. Stavo benissimo: sono partita troppo lenta e quando capita, poi vai sotto ritmo e ritrovarlo è impossibile. Al pomeriggio di quello stesso giorno avevo, nel giro di 8 ore, le batterie dei 200 stile libero. E ho battuto il record del mondo.

Ferri: Questa è una delle storie di sport più belle che io abbia ascoltato: passare da una delusione tremenda al record del mondo nel giro di poche ore. È stata la famosa giornata in cui di fatto i quotidiani sono stati letteralmente buttati via, perché si è passati dal momento di grandissima delusione della protagonista che doveva stravincere e che non aveva vinto, al record del mondo che prelude poi al meraviglioso oro di cui abbiamo parlato. Reagire in quel modo è da campionessa, di sicuro.

Buffa::
Tra l'altro ho sempre sentito le sue avversarie dire che lei è un problema perché finisce forte, cioè che recuperava tantissimo negli ultimi 20-30 metri.

Pellegrini:
È stata sempre una mia caratteristica. Da Pechino in poi. Perché invece la gara dell'oro olimpico volevo fortemente vincerla, forse è stata quella in cui ero più motivata in assoluto. Non potevo perderla, neanche se mi fosse venuto un crampo. Sono convinta, perché la mia storia me l'ha raccontato:tutto succede per un motivo. Penso a Rio 2016: non so se avrei preferito vincere una medaglia in Brasile e poi non vincere nient'altro dopo. Magari mi sarei sposata con la persona sbagliata o avrei fatto completamente un altro tipo di vita, un altro tipo di percorso. Forse invece è andata bene così. Nella stagione 2015/16, ho fatto allenamenti di un livello superiore a tutte le altre volte e questo si è poi visto nelle competizioni. A Rio a causa del ciclo purtroppo sono finita quarta per 1 decimo di secondo. La mia ultima immagine del Brasile mi vede piangere abbracciata alla mia psicologa nei corridoi, con Matteo di fianco a me. A lei dico: "Bruna, io non ce la faccio più, questo dolore è troppo grande, non riesco più a sopportare che vada così un'altra gara. Non ce la faccio più. Basta". Parto per le vacanze, succede quello che succede e intanto rimane un tarlo che mi dice: "È capitato un problema durante la gara più importante, ma tutta la stagione non si cancella. Il tuo corpo ha memoria di tutto quello che ha fatto in quel momento". A settembre parlo con Matteo che si aspettava che io lasciassi o che gli chiedessi allenamenti più blandi e gli dico: "Dobbiamo continuare a spingere, perché quello che abbiamo fatto quest'anno è incredibile. Prima o poi arriverà il momento di tirarlo fuori". Lui mi guarda un po' scioccato, perché non si aspettava questa mia reazione e quindi ricominciamo gli allenamenti, serratissimi, sempre di alto livello. Arriviamo a Budapest 2017 in uno stato di forma che un'atleta tocca nella propria carriera due, massimo tre volte. Non di più. La gara dei 400 stile libero è il primo giorno, vedo la Ledecky per televisione stravincere come al solito, ma non performare ad altissimo livello. La studio molto e questo 3'59" nei 400 stile libero mi fa dire non è in super forma: c'è qualcosa che si può fare, c'è uno spiraglio. Due giorni dopo, è il momento dei 200 stile libero. Io continuo a studiarla. Batteria, semifinale… Arriva il grande giorno: nelle 24 ore che di solito separano la semifinale dalla finale, lì c'è tutto il mondo del nuoto. Intendo dire: c'è il grosso di quello che succede nella testa di un nuotatore, da quello che può perdere la calma, a quello che invece rimane lucido, cosciente. La tensione sale, rivedi la tua routine, pensi a quello che fai ogni volta che si riaccende lo spiraglio di una finale importante. E i gesti sono sempre quelli, gli occhialini sistemati la sera prima, la borsa fatta nello stesso modo. Però c'è una cosa che cambia: quando c'è quello stato di forma così alto, si sente questo sfrigolio nella punta delle dita...

Buffa::
Delle mani?

Pellegrini:
Sì, la tua sensibilità è altissima e questo vuol dire essere lucidi oltre ogni possibilità, oltre ogni cosa che hai sperimentato nella vita. Essere sensibili per noi cambia tantissimo. Ho proprio avuto la netta sensazione di entrare in acqua in quella finale e andare piano. In realtà stavo andando velocissima, ma perché in quel momento mi percepivo quasi staccata dal mio corpo. Se ci ripenso, rivedo quella finale al rallentatore, perché era tutto dilatato. Questi stati di forma che capitano poche volte: Roma 2009 e sicuramente del 2017. Sarò una folle che crede nei segni del destino, ma la cosa assurda è che io vinco, Katie Ledecky arriva a pari merito con l'australiana McKeon, con lo stesso tempo che io ho fatto nella finale di Rio. Al centesimo. lezioni e leggende

Buffa:: C'è una cosa che mi entusiasma nel poter parlare da vicino con gli atleti di questo livello: un'esperienza extra corporea come la sua ce l'ha raccontata Filippo Tortu, quando sta correndo con la 4x100 verso la più improbabile medaglia d'oro...

Pellegrini: Io l'ho vista dal vivo!

Buffa:: Quella non era proprio pensabile. Lui dice: "Mi sono visto che correvo più in alto di me, cioè mi guardavo mentre correvo", e io ci credo. Cioè ci sono momenti dove questo tipo di sensazioni, un atleta di altissimo livello le può provare.

Pellegrini: Quella è stata forse la cosa più incredibile della mia carriera, perché ero contro una Katie Ledecky imbattuta da non so quanti anni e io ce l'avevo fatta. Forse la soddisfazione più grande della mia vita è che prima o poi sono riuscita a battere tutte quelle con cui ho gareggiato.

Ferri: Il record del mondo: il tuo è durato 14 anni. Nessun record nella storia del nuoto femminile in vasca lunga ha avuto vita così lunga. Ti dà una sensazione di una sorta di immortalità sportiva il tempo?

Pellegrini: Credo che i record siano fatti per essere battuti. Prima o poi succede. Perché l'evoluzione dell'uomo e della donna ci porta anche nello sport ad andare sempre più veloci, più forti, più in alto. Il fatto che sia durato così tanto tempo mi dà la misura di quello che è stato: l'ho raggiunto negli anni dei costumoni pesanti o dei gommati. Nel giro di 4 o 5 anni sono caduti tutti i record dei gommati tranne due: il mio e quello del 'Dio dell'acqua'.

Buffa:: Michael Phelps.

Pellegrini: E devo dire che ho trovato molto romantico che all'interno dello stesso Mondiale sia caduto sia il suo che il mio.

Ferri: Che valore hai imparato dallo sport che vorresti imparasse anche tua figlia? Indipendentemente dal fatto che faccia o non faccia uno sport nella vita?

Pellegrini: Il rispetto per gli avversari e l'essere abituati a sopportare il fallimento. È una cosa molto difficile al giorno d'oggi: ci troviamo in un mondo in cui si vogliono eliminare i voti scolastici, gli esami… Ma la vita è un esame: ci metterà sempre di fronte a uno scontro, a qualcosa che va male. Stiamo levando tutto quello che invece potrebbe preparare i nostri figli ad affrontare il fallimento. Lo sport insegna proprio questo: vinci o perdi, non c'è altra via.

Ferri: Nelle tipologie di fenomeni, di leggende che abbiamo incontrato c'è da oggi anche Federica Pellegrini. Dove la inserisci nei vari tipi di rapporto con lo sport, con l'agonismo, che abbiamo incontrato?

Buffa:: Da quando gli atleti possono parlare, cosa piuttosto recente, è innegabile che siano diventati dei punti di riferimento. Federica ha più o meno dichiarato oggi: "Non sarei mai diventata così brava, se non avessi cominciato a conoscermi presto. Ho seguito con naturalezza la mia crescita, ovviamente con alti e bassi, ma sono una donna consapevole dopo questi anni". Con la differenza che la continuerai a vedere e tanta gente la guarderà ancora nella sua nuova versione. Ci sono degli atleti che sono oggettivamente leggendari, ma rispetto ad atleti di un'altra epoca prolungano lo scivolo del loro impatto e credo che succederà per lei.

Ferri: Sta succedendo?

Pellegrini: Beh, credo di sì. Ho smesso di nuotare quattro anni fa e…

Ferri: Hai cominciato a ballare.

Pellegrini: È molto divertente. Devo dire che cimentarmi in cose nuove che non so fare è molto motivante per me. La ricerca di nuove sfide è una cosa che rimane a vita. Ma forse la frase più bella me l'ha detta Yuri Chechi, appena ho smesso di nuotare. Ha vissuto anche lui quel momento di stacco molto delicato per un atleta che ha passato vent'anni a fare sempre quello, tutti i giorni, con degli obiettivi altissimi, con delle scariche di adrenalina altissime. Mi ha detto così: "Non tornerà mai quella quell'adrenalina, quella bellezza del gesto, quel senso di onnipotenza. La vita andrà avanti, ci saranno tantissime cose belle, ma mai belle come quello". In quel momento ho preso coscienza di questo fatto ed è stato tutto più facile.

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