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Televisione AUDITEL RAI

Solari, inventore del Fiorello show: 'Oggi sogno Elio con la Cortellesi'

• 4 min lettura
Fonte: Il Venerdì di Repubblica | Condividi 📲
Giampiero Solari (nella foto a sinistra) è l'uomo che ha portato il teatro in tv. Ora: non pensate che sia quella cosa noiosa che evocano gli intellettuali quando immaginano il binomio cultura-piccolo schermo. Perché Solari, 51 anni, nato a Lima da genitori d'origini italiane, nel nostro Paese da trent'anni, è il padre dell'one man show. Più che un format, una categoria dello spirito di RaiUno che, ciclicamente, s'incarna in un personaggio simbolo dell'immaginario pop italiano - Morandi, Celentano, Panariello, Fiorello - diventa evento e sbanca l'auditel, mettendo d'accordo critica e pubblico.
Roba da non credere per un varietà da tv generalista tagliato, come un abito di haute couture, su misura sul corpo di Gianni Morandi. Esattamente dieci anni fa, nel 1998: C'era un ragazzo. «Da Morandi in poi» ricorda Solari, regista teatrale, ex assessore alla cultura della Regione Marche e collaboratore stretto da anni della Ballandi Entertainment che ha prodotto tutti gli spettacoli-evento di RaiUno, «abbiamo incominciato a usare un impianto teatrale. Giocando con i controluce, i chiaroscuri, abbiamo cercato di dare più profondità e mistero al teleschermo».
Come mai Morandi?
«Morandi e Ballandi, insieme a Saccà, allora direttore di RaiUno, volevano creare un nuovo evento per la tv. Con Michele Serra si pensò che, attraverso la vita di Morandi, si poteva mettere in scena un grande racconto che rispecchiasse la storia del costume italiano. Un'idea felice fu quella d'inserire nello show Marco, il figlio di Gianni, che rompeva con l'immagine di Morandi etemo ragazzo».
Insomma, l'intuizione è stata di Bibi Ballandi.
«La sua forza è stata creare insieme alla Rai un impianto produttivo che protegga la parte creativa».
In tv lei è arrivato nel 1992: Su la testa con Paolo Rossi, che conosceva dalla scuola del Piccolo Teatro di Milano.
«Già allora con Paolo sperimentammo una tv molto "teatrale". Addirittura c'erano dubbi di alcuni dirigenti Rai su Aldo, Giovanni e Giacomo, non considerati televisivi. Per mantenere il più possibile la nostra genuinità, e anche la nostra indipendenza, abbiamo scelto di fare lo show lontano dalla sede Rai, in una tenda dentro a un centro sociale di Baggio, alla periferia di Milano. E abbiamo firmato il contratto solo alla seconda puntata».
Quando ha capito di aver perso l'«innocenza»?
«Mi sono ritrovato, in un'occasione, in pieno cinismo televisivo. Fu quando Mario Merola, ospite a sorpresa di Fiorello, mi disse di aver male al cuore e di non voler entrare in scena. Feci finta di non sentire».
Siete stati voi a fare di Fiorello quel che è oggi. Prima del grande successo di Stasera pago io (2001), lui era il ragazzo con il codino del karaoke.
«L'avevo visto tempo prima in uno speciale tv. Mi dissi: "Questo è un genio". Anche Ballandi la pensava come me. Fiorello attraversava un momento di crisi professionale. Ballandi lo propose alla Rai assicurando che su di lui c'era un progetto molto serio. Andai per tre mesi tutti i giorni a casa sua. Dopo qualche tempo mi chiese: "Qual è l'idea dei programma". E io: "Per me l'idea sei tu". Pensò che lo stessi prendendo in giro. Era molto sulla difensiva. Però, creando una squadra, tutto funzionò e si creò un clima di cazzeggio con metodo. Oggi divenuto un classico».
 
La prima puntata andò benissimo nonostante gli ospiti non facessero a gara per esserci. «Dalla e la Carrà accettarono subito. Come Panariello, che era reduce del successo di Torno Sabato. Comunque perdemmo il confronto con C'è posta per te. Anzi: da quella volta abbiamo incominciato ad allungare i programmi».
Quindi è colpa vostra se non c'è più la seconda serata?
«Noi volevamo chiudere. Ma la De Filippi, che non andava in diretta, continuava ad andare avanti, aggiungeva nastri. E noi, in diretta, andavamo avanti. Fiore improvvisava. Alla terza puntata ci inventammo il letto dove Fiorello trovava sempre qualche ospite a sorpresa. Fu lì che ci fu il sorpasso».
 
Qualche fregatura l'avete presa: Salemme, Funari, il Trio...

«Salemme oggi sarebbe considerato, dal punto di vista dei numeri, un successo. Il Trio: forse dovevano mettersi in gioco di più, ma quella era la loro proposta e io la rispetto. Aveva senso riproporli. Funari, all'inizio, non era lui. Forse l'azzardo fu fare uno show sull'Apocalisse».
Idea di Diego Cugia, Non corre buon sangue tra voi?
«Siamo diversi. Ogni tanto le sue provocazioni mi divertono, Non sempre le trovo televisive».
Rock-Lento funzionava.
«Sì, io quel Celentano non l'ho fatto. Non so veramente di chi sia stata l'idea. È molto molleggiata, quindi potrebbe essere di Adriano. Uno che ti propone sempre il suo mondo: ho imparato moltissimo da lui».
Chi sono oggi i personaggi che possono reggere un evento, ammesso che la formula non si sia esaurita?
«Si tende a ridurre l'evento televisivo all'one-man-show. In verità ogni spettacolo-evento è una storia a sé, con i suoi protagonisti, che siano Celentano, Morandi, Fiorello o Panariello. Oggi si possono creare nuove storie e fare interagire personaggi con personalità diverse. Perché non sperimentare nuove alchimie mettendo insieme, magari, Elio e le storie tese con Paola Cortellesi o Claudio Bisio? Potrebbero obiettare: non è un'idea da tv generalista. Ma chi l'ha detto?».
Elena Martelli
per "Il Venerdì di Repubblica"
(16/05/08)

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