News inserita da: Giorgio Scorsone (Giosco)
Fonte: La Repubblica
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Televisione
martedì, 28 aprile 2009 | Ore: 00:00
Diceva ieri Agostino Saccà, intervistato da "Il Foglio" (clicca qui per l'intervista integrale): «Piantiamola lì con i reality show che costano poco ma le stanno ammazzando. Il linguaggio del reality è l'iperbole. Prendi situazioni estreme, poi stressi le reazioni. Prima i protagonisti si accarezzano, poi forse scopano, poi metti il gay, il trans. Poi il cieco, alla fine dove vai, alla roulette russa con il revolver? In America le televisioni generaliste sono andate in crisi col reality. La gente diventava pazza, dopo un po' se ne andava. Abc, Cbs e Nbc erano scese sotto il 50 per cento. Panico. Con cosa si sono riprese? Con le fiction. (...) In Italia è lo stesso».
"Risponde" oggi, indirettamente, Antonio Dipollina dalle pagine di "Repubblica" analizzando i cambiamenti del pubblico nell'era dei reality, sancendo - come dice nel titolo - «il declino della pop tv». Chissà se le fiction possano essere la soluzione alternativa...

I gusti del pubblico cambiano, ovvio. Per primi se ne sono andati in massa quelli che apprezzavano i varietà del sabato sera ben fatti di un tempo. L'ultimo, a occhio e croce, potrebbe essere un Morandi-Cortellesi di quasi dieci anni fa. Per spettatori che non ci stanno allo sfilacciamento piatto (qualcuno cerca sul web le sigle di Fantastico 6 e gli vengono i lucciconi) è diventata troppo appetibile l'offerta proposta altrove, dal satellite in giù, tra serie americane e intrattenimento d'altro tipo. Poi l'onda d'urto dei reality ha ormai assuefatto un pubblico da grandi numeri che toglie quasi tutto l'ossigeno al resto (sull'ultimo Sorrisi e Canzoni una lettrice indignata protesta: prima c'erano quattro reality, sono finiti tutti insieme. E noi ora come facciamo?).

Basta chiedere agli unici che hanno davvero il polso della situazione: sono i produttori esterni di programmi, non certo i dirigenti tv che si arrabattano mantenendo il semplice potere di chiudere un programma o di investire su un altro, non certo gli analisti che si basano sui numeri degli ascolti, quei numeri che una sera dicono una cosa e la sera dopo l'esatto contrario. Quelli, i produttori, ti parleranno appunto della formula e dell'alchimia, della contaminazione giusta tra elementi di qualcosa che magari si può ancora chiamare varietà e il trionfante ingresso di gente comune o di vip, a patto che non siano capaci di fare quello a cui sono chiamati. Quello funziona.
E comunque tutto è finito il giorno in cui per il sabato sera si è decretato imbattibile un programma come C'è posta per te, ovvero lo show esclusivamente di chiacchiera ed esclusivamente di sentimenti.
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Antonio Dipollina
per "La Repubblica"
per "La Repubblica"