Se vince la tivù dell'Italia anti-festival....

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Fonte: L'Avvenire

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Televisione
  giovedì, 01 marzo 2007
 00:00
E’ davvero «lo specchio dellla società italiana» il Festival di Sanremo, come si ripete di continuo?

O c'è for­se un'altra Italia, più sommes­sa ma meno conformista, che delle canzoni e dei comici del festival di Raiuno si disinteres­sa e sceglie, fra le altre reti, quanto più gli aggrada e può interessarla?

È ovvio che la maggior parte del pubblico te­levisivo si sia rivolta, per la pri­ma serata, al certame sanre­mese: in effetti un risultato non entusiasmante ma corretto, entro le previsioni, con una media di 12 milioni 452.000 spettatori, share del 43,80%, al­lineato alla trasmissione di Giorgio Panariello dell'anno scorso.

Ma hanno avuto risul­tati non deludenti l'immarce­scibile Dr.House, che su Italia 1 ha raccolto una media di 4.547.000 affezionati, share del 15,18%, a dimostrazione che più delle canzoni non pochi hanno preferito le inopinate bizzarrie e le fulminee cattive­rie del medico più stralunato e più amato d'Italia. Anche Ballarò ha tenuto alta la bandiera di Raitre, certamente non in controprogrammazione, con un pubblico contato in 3.143.000, share dell' 11,45%.

E, dopo il superdottore, su Italia 1, Il bivio di Enrico Ruggeri, con l'arrivo di un tale che si dichiarava rapito dagli extraterrestri, ha avuto 2.482.000 spettatori (share del 10.48%), con un pic­co di 4 milioni e share del 16%.

Non tutti guardano il festival, dunque, malgrado la rimbom­bante valanga di promozioni che invitano a farlo: e sarà in­teressante l'analisi delle carat­teristiche di età e di prepara­zione del pubblico più fedele, per conoscere meglio quella I-talia di cui il festival dovrebbe essere l'immagine.
Perché si ha il dubbio che l'evento, al di là della celebrazione di un rito ormai consolidato e collocato nel calendario come una festa comandata, sia ormai un re­perto, un varietà fra i tanti che ottimamente la Rai propone, inadatto tuttavia a suscitare emozioni reali e tumultuosi pal­piti di partecipazione.

Dopo più di mezzo secolo, l'evento diventa commemorazione: di­gnitosa e gradevole, forse, ma stereotipata e ibernata nell'i­mitazione di se stessa.

Mirella Poggalini
per "L'Avvenire"

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