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Televisione RAI MEDIASET

Lamberto Sposini: 'E' proprio una tv da buttare'

• 6 min lettura
Fonte: L'Espresso | Condividi 📲

Se uno ha passato 15 anni in Rai e altrettanti ai vertici del Tg5 con molta probabilità ha parecchie cose da dire sulla tivù, sia pubblica sia privata.
Se poi uno ha 55 anni, una tenuta di 12 ettari in Umbria e l'unica ambizione di coltivare frutti di bosco. forse queste cose può dirle davvero.
Lamberto Sposini, ex vicedirettore di Mentana uscito da Mediaset sbattendo la porta, non è però un Cincinnato deluso: si diverte a inventare il prossimo tg de La3 (la tivù sul videofonino), collabora con il network di Odeon e progetta nuovi programmi «meno convenzionali di quelli che passano adesso».
Sposini, lei è andato via dal Tg5 un anno fa. Che cosa ha fatto da allora?
«Ho preso questo casale in Umbria, vicino a Todi. È un posto meraviglioso e poi io sono sempre stato legato alla terra. Per ora ho messo grano duro, ma l'anno prossimo coltiverò frutti di bosco e zafferano. Ho anche un bellissimo roseto: quando apro la finestra basta vederlo e già mi cambia la giornata».

Il tutto grazie alla liquidazione di Confalonieri.
«Anche. Ma ho dovuto aggiungerci un robusto mutuo».

Nessuna nostalgia?
«All'inizio ho fatro un po' di fatica a riorganizzarmi la vita. Non ero abituato, prima stavo 10-12 ore al giorno in redazione. Adesso non rornerei più indietro. Anche perché comunque non ho smesso di lavorare: tre giorni alla settimana sono a Milano per La 3».
Via non è che sul videofonino, così piccino, si sente un po' un tamagochi?
«Al contrario, è molto interessante trovare il linguaggio giusto per una tivù che si consuma in mobilità. Si è meno paludati, più disinvolti e confidenziali. E proprio grazie al videofonino nel nostro futuro tg chiederemo agli spettatori di trasformarsi in reporter, mandandoci i filmati realizzati in diretta con il loro apparecchio. Può venirne fuori qualcosa di molto innovativo».
Altri progetti?
«Si, qualche idea ce l'ho. Mi piacerebbe fare un programma di attualità che rompesse un po' gli schemi. Vede, oggi se uno guarda le trasmissioni che si occupano di politica, da "Porta a Porta" a " Ballarò", trova sempre il solito teatrino sclerotizzato, con la stessa compagnia di giro. Ecco, io vorrei uscire da questa logica conformista».
Come? Faccia un esempio.
«Immaginiamo una trasmissione sulle quote rosa, va bene? Oggi tutti farebbero la stessa cosa: si invita la Melandri che litiga con la Santanchè, si chiama la Bonino che discute con la Finocchiaro. Ma scusi, chissenefrega?».

Appunto. E allora?
«Allora rompiamo gli schemi e prendiamo una donna di potere che dica: io l'ho data e ho fatto carriera. Non si è mai visto, le pare? Ovvio, perché non è convenzionale, non è politicamente corretto. Eppure quante sono le donne di successo che l'hanno data e hanno fatto carriera? La metà, forse. Ma nessuno ci ha mai fatto un programma».

Secondo lei esiste una rete che oserebbe trasmetterlo?
«Questa è una bella domanda. Chissà, forse sì. Ma in fondo è un problema che non mi riguarda: io ho le idee, se poi in questo paese c'è qualcuno che ha il coraggio di realizzarle, tanto meglio, sennò pazienza, a me non cambia niente. Il problema semmai è che il conformismo della tivù fa male a tutta la società civile».
Perché?
«Si parla tanto di disaffezione del paese reale verso la politica e non si dice mai che il primo responsabile di questo di stacco è proprio la televisione».

In che senso?
«Se uno guarda la tivù e vede sempre le stesse facce che dicono le stesse cose alla fine pensa che la politica sia solo quella roba lì. Tipo: Bersani e Tremonti che vanno avanti ore a dirsi "noi abbiamo fatto", "voi avete fatto'', e poi alla fine nessuno ha fatto un ca..o.
 La gente ha disgusto della politica perché la vede continuamente in televisione a mostrare il peggio di sé. E questa ossessione dei politici per la televisione non solo ha stancato il paese, ma ha anche cambiato la stessa politica. Guardi il partito democratico...».

Che cosa c'entra?
«Il partito democratico è una sommatoria di burocrati senza alcun contatto con la società civile perché è il frutto della politica fatta in tivù. Un accordo tra attempati notabili, tutti eterni ospiti di talk show e tutti ormai lontanissimi dai paese reale».

Mi pare di capire che lei non sia più un fan dell'Ulivo.
«L'anno scorso ho votato per l'Unione e me ne sono profondamente pentito. Giuro che non voterò mai più».

Che cosa pensa del disegno di legge Gentiloni sulla televisione?
«Non cambierebbe granché, anche se Berlusconi urla e strepita. E comunque non passerà mai. In Italia c'è un'incrostazione di veti, amicizie e paure che impedisce una riforma televisiva. Scommetto che si arriva a fine legislatura con la legge Gasparri ancora in vigore. E senza nessuna norma sul conflitto di interessi»
A proposito di Berlusconi: si dice che con l'acquisto di Endemol abbia seppellito definitivamente la Rai
«In un paese con il conflitto di interessi come quello italiano, la questione Endemol non mi sembra fondamentale. La Rai è morta da tempo, soffocata dall'abbraccio di molti politici un po' sciocchi».
Perché sciocchi?
«Perché sono ancora convinti che la tivù crei consenso e sposti voti. Eppure Berlusconi ha perso le ultime elezioni possedendo di fatto sei tg. Possibile che nel Palazzo nessuno se ne sia accorto?».

Non lo so, me lo dica lei.
«Certo che se ne sono accorti. Ma la vanità di farsi vedere in tivù e troppo grande e allora continuano con questa stretta mortale».

Qual è il telegiornale migliore oggi in Italia?
«Quello di Sky: niente di straordinario ma è il più potabile».

E qual è il peggiore?
«II Tg3. Ha dato il suo meglio durante i grandi cambiamenti italiani, nella crisi della prima Repubblica. Ora invece è burocratico, senza niente di vivo, di sociale. Affronta ogni argomento nella maniera più classica, tradizionale e conformista. Insomma, è terribilmente prevedibile».

Del Tg1 cosa pensa?
«Riotta è arrivato promettendo grandi cambiamenti ma i meccanismi dell'asservimento alla politica sono sempre quelli. L'asfissia da Palazzo è visibile in ogni servizio. Una gran delusione».

Il Tg5 continua a guardarlo?.
«Poco, il meno possibile. Mi viene troppa nostalgia di quello che era cinque o dieci anni fa. Oggi è un prodotto senz'anima, in cui si mettono insieme a casaccio un po' di fatti curiosi».

È ancora arrabbiato con Carlo Rossella?
«Guardi che a me Rossella stava simpatico. Umanamente - dico - con lui mi sono divertito, è un uomo di mondo. Ma è molto meno divertente quando fa il giornale. Diciamo che abbiamo due visioni del mestiete differenti: secondo me questa è una professione che ha delle regole - etiche e tecniche - secondo lui no. Qualche compromesso nella vita è normale, per carità, ma c'è una soglia oltre la quale forse non bisognerebbe andare...».
Non che ai suoi tempi al Tg5 si scherzasse in termini di subalternità all'editore-premier...
«Si sbaglia. Mentana costituiva una formidabile diga contro le pressioni dei politici. Comprese quelle di Berlusconi. Poi c'è stato il cambio di ditezione e la diga è crollata».

Adesso pare che al posto di Rossella arrivi Mimun.
«Clemente lo conosco bene ed è un bravo giornalista. Ha fatto ottimi numeri ai tg della Sai senza essere quasi mai coinvolto in polemiche politiche».
A proposito di numeri, questa è stata una stagione di grandi flop, da Funari fino alla Ventura. Come mai?
«La televisione così come la conosciamo adesso è al tramonto. I ragazzi usano Internet: YouTube, MySpace e così via. Ormai è solo una questione di tempo: quando il quindicenne di oggi sarà adulto avremo chiuso il cerchio e lo scatolone della tivù non servirà più a niente».
Tanto lei sarà sul telefonino.
«Non scherziamo, io sarò nei miei terreni a coltivare fragole e zafferano. Questo paese è già pieno di burosauri e geronrocrati, tanto in politica come in televisione. Beh, io non ne voglio far parte. Quindi fra tre o quattro anni al massimo chiudo. Le rose hanno molto bisogno di essere accudite. E io ne ho più di seicento».

Alessandro Gilioli
per "L'Espresso"

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