Frequenze, rivolta contro il piano Gentiloni

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Fonte: Il Corriere della Sera

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Televisione
  martedì, 26 giugno 2007
 00:00
Il censimento delle frequenze televisive ha stabilito per la prima volta chi, dove e come usa le frequenze pubbliche in Italia. Ha confermato che i leader del mercato dell’etere — che vale miliardi di euro — sono Rai e Mediaset e che Mediaset è molto più avanti dei concorrenti nella televisione digitale terrestre.

Ma per il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, il catasto delle frequenze è soltanto il primo passo per cercare di uscire dalla giungla dell’etere, approfittando del passaggio dalla Tv analogica a quella digitale. Il passo successivo lo farà l’Autorità delle Comunicazioni di Corrado Calabrò, che scriverà il nuovo piano delle frequenze per la Tv digitale terrestre.

Il difficile, però, verrà dopo. I due piani precedenti sono rimasti nel cassetto. E per il governo attuare il nuovo piano frequenze, che il Corriere Economia anticipa nelle sue linee principali, non sarà facile neppure questa volta. Grazie alle tecnologie digitali, sarebbe possibile moltiplicare i canali Tv e liberare frequenze da mettere a gara per l’ingresso di nuovi operatori. Negli Usa le frequenze televisive eccedenti verranno messe all’asta e lo stato prevede di incassare oltre 10 miliardi di dollari. Anche in Gran Bretagna ci saranno aste miliardarie.

Sulla carta ci guadagnerebbero tutti: lo Stato incassa i soldi dalle gare, i telespettatori hanno più programmi e servizi e migliore qualità, le emittenti Tv diventano gestori delle nuove reti di telecomunicazione.

Ma in Italia la situazione è molto incerta. Rai, Mediaset e le televisioni locali temono di essere espropriate delle «loro» frequenze — che hanno in parte pagato — e resistono. «È iniziato il cambiamento — spiega Antonio Sassano, consulente del ministro Gentiloni e neodirettore della Fondazione Ugo Bordoni, il braccio tecnico del ministero —. I principali fattori di trasformazione sono tre: il trattato di Ginevra, la tecnologia digitale monofrequenza e il nuovo Piano delle Frequenze».

Secondo gli esperti, il trattato europeo sulle frequenze delle tivù digitali siglato nel giugno scorso a Ginevra, nell’ambito dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni, non permetterà più alle Tv italiane di usare circa il 40% delle frequenze utilizzate attualmente, soprattutto nelle aree di frontiera.

Inoltre, sul piano tecnico, la Tv digitale richiede il passaggio dal sistema attuale multifrequenziale a quello monofrequenziale. Oggi le tivù usano, infatti, più frequenze analogiche per trasmettere un solo canale in aree contigue, per evitare interferenze. Il contrario accade invece nella Tv digitale in cui ogni pacchetto (multiplex) di 5-6 canali Tv usa una sola frequenza.

«Il sistema digitale monofrequenza è molto efficiente — spiega Sassano —. Permette di trasmettere molti più canali Tv con maggiore copertura, usando meno frequenze. Si otterranno anche delle frequenze eccedenti, il cosiddetto "dividendo digitale" da mettere a gara per aprire il mercato Tv e per l’offerta di servizi innovativi, come la Tv mobile e l’alta definizione, o in prospettiva i servizi mobili e il Wimax».

Prevedibilmente, entro l’anno l’Autorità formulerà il nuovo piano delle frequenze Tv, che terrà conto dal Trattato di Ginevra e imporrà la trasmissione monofrequenza per il digitale. Entro il 2012, la data dello switch off, le emittenti dovrebbero quindi liberare molte delle frequenze usate ora.

Considerando i vincoli di Ginevra, i multiplex disponibili in ogni area regionale dovrebbero essere circa 27 in media, con variazioni da area ad area. Almeno un terzo dei multiplex dovrebbero essere comunque riservati all’emittenza locale, cioè alle decine di Tv locali presenti in ogni regione, ognuna attualmente proprietaria dei suoi impianti/frequenze.

«È impensabile che, nel futuro digitale, tutte le 630 emittenti nazionali abbiano un loro multiplex — dice Sassano —. La proposta è che le Tv locali si consorzino per gestire i multiplex».

Gentiloni, presentando il censimento dell’etere, ha rassicurato: le frequenze verranno ridistribuite ma non ci saranno «espropri» a danno delle emittenti. Ma ciò non rassicura le tivù. Rai propone l’operatore unico, un consorzio che dovrebbe gestire tutte le frequenze, ma questa prospettiva appare improbabile. Mediaset è cauta e attende di capire quale sarà l’esito del progetto di legge Gentiloni sulla Tv, che prevede appunto le gare per le frequenze liberate, tra cui quelle di Rete4 e Rai2.

Le gare aperte sono rese obbligatorie dall’Ue, che ha avviato una procedura d’infrazione verso l’Italia perché la vigente legge Gasparri chiude il mercato dell’etere. Ma sia Rai che Mediaset che Telecom Italia Media potrebbero forse anche arrivare a un compromesso, che riconosca la loro leadership nel mercato dell’etere pur aprendo la porta ad altri operatori.

Sono soprattutto le 630 tivù locali a fare resistenza. Ogni frequenza vale, infatti, 2-4 euro per famiglia raggiunta. «Le frequenze sono il nostro patrimonio principale — afferma deciso Marco Rossignoli, presidente dell’Aeranti Corallo, l’associazione che raggruppa la maggior parte delle Tv locali —. La legge attuale ci consente di trasformare tutte le nostre frequenze analogiche in multiplex digitali. Vogliamo collaborare ma non accetteremo la diminuzione dei nostri asset». Il banco di prova di ciò che dovrebbe avvenire a livello nazionale è la Sardegna.

A marzo del 2008, le trasmissioni analogiche verranno spente e la televisione sarà solo digitale. «In Sardegna tutte le Tv si sono convinte di passare al digitale su singola frequenza, anche per evitare le interferenze delle emittenti estere», spiega Piero De Chiara, presidente di Dgtvi, l’associazione nazionale delle televisioni digitali.
Però finora, a Cagliari, dove già Rai2 e Rete4 trasmettono soltanto in digitale, le emittenti si sono tenute tutte le loro frequenze analogiche. Dopo decenni di giungla costruire il giardino fiorito non sarà semplice.

Enrico Grazzini
per "Il Corriere della Sera"

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