Sceneggiato contro Fiction, ovvero passato contro futuro. Ma anche
Italia contro Stati Uniti, letteratura contro cinema. Non è solo una questione lessicale, è proprio un'altra televisione, un altro mondo, e soprattutto, un'altra lingua. Quella che nei prossimi anni uscirà dal «ghetto» delle pay tv modificando i nostri gusti televisivi.
È anche uno scontro generazionale, giovani contro vecchi, «pirati» che scaricano dalla rete le serie originali prima ancora che sbarchino in Italia e nonni che cercano in tv il ricordo degli sceneggiati radiofonici della loro infanzia. Naturalmente c'è chi avverte che il futuro è ancora un passo più in là: «
La sfida dei prossimi anni sarà quella di una tv connessa ad internet - spiega
Gianni Celata, professore di economia dei media alla Sapienza di Roma -
e in alcuni Paesi, come Giappone e Corea del Sud, ormai si è già in piena mobile tv (ovvero la tv sul cellulare)».
In Italia oggi esistono due universi di telespettatori, quelli che hanno il satellite (Sky), poco meno di 5 milioni, e tutti gli altri. Per questi ultimi, la fiction non è nient'altro che l'erede del glorioso sceneggiato. Un pezzo importante del nostro costume culturale, ma con un marchio indelebile, che però racconta (quasi) sempre lo stesso ritornello: «italiani brava gente». Dall'altra parte del telecomando, quello che gestisce i canali del decoder, è come se si venisse proiettati in un altro spazio e in un altro tempo. I poliziotti magari sono cattivi (solo negli Stati Uniti, però), i protagonisti possono anche essere delinquenti di borgata (persino in Italia, con Romanzo Criminale), le storie vere essere scelte tra le più nere del nostro Paese (a novembre, su Fox Crime vedremo una fiction sul mostro di Firenze, con Ennio Fantastichini e Nicole Grimaudo, regia di Antonello Grimaldi) o avere come protagonista una pornostar come Moana Pozzi (a dicembre su Sky Cinema).
«La fiction deve avere un ritmo pazzesco, punta a stupire sempre, in ogni puntata, più volte all'interno della stessa puntata. Dipende dalle storie che si raccontano ma molto anche dal modo in cui vengono raccontate». Lo pensa Lorenzo Mieli, amministratore delegato di Wilder, società che dal 2007 produce Boris, un piccolo-grande cult che tornerà con la sua terza edizione a gennaio 2010, e che soprattutto è la prima produzione italiana che ha provato a recepire la lezione americana. «Negli Usa - spiega ancora Mieli - la rivoluzione è partita dalla tv via cavo e, in circa 10 anni, è arrivata anche sui grandi canali generalisti. Da noi sta accadendo lo stesso, almeno spero. Anche perché il vero buco nero della tv italiana, che complessivamente è al livello degli altri Paesi, era proprio la scarsa sperimentazione sulla fiction».
Concorda Giovanni Stabilini, ad di Cattleya, la società che - tra molte altre cose - ha prodotto Romanzo Criminale, la prima fiction italiana realizzata per la pay tv ad essere diventata un fenomeno di costume, «È un processo lento, ma i linguaggi si stanno contaminando e il pubblico si evolve. I grandi committenti, Rai 1 e Canale 5, potrebbero avere più coraggio ma è anche vero che il target delle fiction è "stretto", come si dice in gergo, mentre loro hanno bisogno di grandi numeri. Anche perché gli investimenti sono consistenti e un flop può essere disastroso». Non è stato il caso di Romanzo Criminale, che anzi avrà un sequel l'anno prossimo, sempre su Sky.
Mimmo Torrisi
per "L'Unità"