Il tramonto del bravo presentatore

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  mercoledì, 15 agosto 2007
 00:00

Presentatore, no grazie. Non è il conduttore che fa il programma. Produttori, reti e pubblicitari hanno imparato che non basta aggiudicarsi un nome di richiamo per avere successo. I conduttori, quelli che ci mettono la faccia, restano i più esposti, i più soggetti alle ingiurie dell'Auditel.

Da Paolo Bonolis a Simona Ventura, da Amadeus a Gianfranco Funari, ne sono stati travolti tanti. Eppure. Ed ecco a voi. Signore e signori buonasera. Cari amici vicini e lontani. Sono felice di chiamare tra noi. Che mi dite dalla Casa?

Di norma il presentatore c'è ancora, alla televisione italiana. Una figura professionale che fa da mediatore tra chi offre lo spettacolo e chi lo subisce, tra «l'artista» e il pubblico. Però attenzione: si stanno aprendo brecce sempre più ampie per una nuova linea operativa. Che tende a fare a meno di un «trait d'union» spesso superfluo nella contemporanea tv di flusso. Una televisione che, diceva Orson Welles, «sta accesa come la luce in bagno, scorre come l'acqua in cucina».

A fare del tutto a meno del presentatore ci ha provato di recente, e molto alla chetichella, molto in sordina, un programma di Raiuno che rendeva omaggio a Domenico Modugno.

Poteva essere la consueta occasione celebratoria e invece il regista Duccio Forzano è stato, nel suo cenere, rivoluzionario: attori,  cantanti, autori, arrivavano sul palcoscenico e si presentavano da sé, ricordando il loro Modugno, rendendo testimonianza, recitando e interpretando. Certo, era tutta gente che sulla scena ci sapeva stare.

Cosa che non sempre accade: spesso i «mediatori» sono costretti a introdurre un artista che non è un artista, ma un personaggio qualunque, già noto oppure affatto sconosciuto, che si esibisce in una sorta di presunta, comunque ricostruita, quotidianità; o in prove di abilità. I reality, insomma.

E in Italia sono anomali: durano 3, 4 ore e prevedono gli interventi dello studio, con i parenti che allungano il brodo e i presentatori, eccoli lì, che fomentano le liti. Mentre all'estero, nei paesi dove sono nati, l'Olanda prima di tutto, non funziona così. Anche per questo il genere è stato in affanno, nella scorsa stagione, e vedremo che cosa ci riserverà la prossima.

D'altronde, non si sa mai: Survivor all'americana, senza presentatore né studio, da noi fu una frana e si trasformò poi in un grande successo grazie alla Ventura che lanciava i «famosi» sull'Isola. S.O.S. Tata traccia il solco.

Per adesso, i reality senza conduttore si sperimentano soltanto in fasce e reti più defilate, di nicchia: Cambio moglie, a esempio; o SOS Tata.

Per non parlare di quei distillati di fascino orrorifico e vivificante nello stesso tempo che sono Extreme Makeover e Extreme Makeover Home Edition, dove un'equipe di Grandi Esperti rifa i connotati di una persona o di una casa. Sempre partendo, però, da situazioni di effettiva necessità (un naso spropositato, una stanzetta sola per cinque figli) e non da un semplice pretesto.

Lo ammette lo stesso Paolo Bassetti di Endemol: «I reality di nuova generazione sono senza studio e senza conduttore, sono racconti ai confini con le docu-fiction. Durano poco: ma da noi, così, non si possono fare».

E lo propone ufficialmente: «Torniamo alle prime serate di un'ora. Poi facciamo partire la seconda serata in un tempo decente, e potremo di nuovo provare, sperimentare. Siamo l'unico paese al mondo che ha un prime-time infinito, che mortifica idee e progetti, artisti e conduttori. Pensiamo sempre al passato come migliore, pieno di bei programmi: ma quelli duravano un'ora».

In effetti: per realizzare Studio uno, a esempio, glorioso ancora adesso, Mina e i suoi boys provavano una settimana e andavano in onda per sessanta minuti. Adesso provano sessanta secondi e vanno avanti una settimana

Alessandra Comazzi
per "La Stampa"

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