Nuova stagione Sky, Ilaria D'Amico: 'sono pronta'

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Fonte: L'Espresso

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Televisione
  venerdì, 17 agosto 2007
 00:00

IlariaIlaria D'Amico, perché è rimasta a Sky?
«E perché, piuttosto, sarei dovuta andare alla Rai o a Mediaset?».

Magari per avere più audience e popolarità.
«La tv più ambita, oggi, per fare sport è Sky. All'inizio poteva essere una sfida, ora sono al posto giusto per la cosa giusta. Quanto ai numeri, non ci ho mai badato: ho cominciato su Rai International e l'anno scorso ho scelto La7, una nicchia di qualità, per fare "Exit", l'approfondimento sociale e politico che riprenderà il primo ottobre. Preferisco lavorare dove si guarda più al prodotto, senza farsi troppe masturbazioni mentali sugli ascolti.

A quali condizioni, allora, potrà considerare un ritorno in Rai, visto che se ne parla ogni estate?
«Quando avrà investito sulla qualità quanto ha fatto a Sky. Amo molto la tv di Stato, è stata la mia prima casa. Ma non penso di poter essere smentita se dico che da tanto tempo, nonostante le incredibili professionalità di cui è ricca, sia un serpentone bolso aggrovigliato su se stesso, La Rai è intrisa di politica e poltrone: non lascia vivere il suo potenziale».

Se fosse un direttore di testata che cosa inventerebbe e che cosa eliminerebbe dalla teleorgia calcistica?
«Sfrutterei di più le tecnologie, come facciamo e sempre più faremo a Sky aumentando lo sforzo sul pre e sul post partita, per spiegare il calcio, i gesti tecnici, gli equivoci: il bello e il brutto del campo. Non solo la moviola, anche interattività. Ho il pallino di far capire. Se qualcuno appena finisce la partita ha già analizzato e spiegato bene un episodio controverso, magari la polemica muore prima di sera. Le diatribe, secondo me, dopo un po' stufano».

Più difficile intervistare Gheddafi o Totti?
«Dà molto più filo da torcere rompere l'omertà del calcio. Ci si deve battere con le unghie e coi denti per il cavare il sangue dalle rape e non affondare nella noia di una stagione, ad esempio, come quella passata».

C'è un allenatore che, quando se lo ritrova in collegamento, le fa pensare "oddio ancora lui"?
«Non glielo dirò mai. Mi sembra però che l'anno scorso alcuni abbiano imparato un po' di più a non rifugiarsi nelle solite tre frasi fatte, mettendosi in gioco e arrivando perfino a fare autocritica non convenzionale. Grazie, questo, anche a quei due "cagnacci" che ho accanto, Mauro e Sconcerti, che non hanno peli sulla lingua. I nostri intervistati si arrabbiano, ma hanno capito che c'è lealtà».

E poi davanti a una bella ragazza è più facile controllarsi: un po' di galanteria è l'altra faccia di quel maschilismo calcistico che lei ha spesso denunciato.
«Mandare a quel paese una donna è più difficile, ma il teorema non regge: l'aspetto avrebbe dovuto forse aiutarmi di più agli inizi, quando invece ho avuto gli scontri peggiori. Poi hanno capito che, se non dialogano, fanno una figuraccia. E abbiamo imparato a stimarci».

I primi tempi avranno trovato impertinente che la solita stangona di turno si intromettesse addirittura in questioni tecniche.
«Fa parte del processo. Anch'io ero più guardinga. Non credo però che all'estero ci sia meno machismo nello sport. Anche negli Usa le donne del football fanno le bordocampiste, non le telecroniste e men che mai le conduttrici. Essere donna mi ha aiutato, ma la pagnotta me la devo sudare ogni domenica: il tubino nero non basta».

A proposito, il "Financial Times" ha annoverato il suo abbigliamento tra le prove del fallimento del femminismo in Italia...
«Leggendo com'era stato riportato quell'articolo, mi ero indignata. Poi ho letto l'originale e mi sono trovata d'accordo sul contenuto. E di me si diceva che "anche un esempio di professionalità acclarata come la D'Amico non rinuncia all'abito da cocktail conducendo in piedi tra uomini seduti in giacca e cravatta". Il collega inglese ha dimenticato che anche Mentana, Vespa o Volpi conducono in piedi».

Qualche complesso gliel'avrà fatto venire...
«All'inizio su questa storia ci giocavano tutti e me la prendevo molto. Mi colpisce che certa sinistra pensi che il tacco 9 alto sia sinonimo di minor intelligenza. Un vestito decente, ma molto femminile, non toglie nulla alla credibilità e alla competenza di una donna. Non ho mai misurato il mio cervello coi centimetri dei miei tacchi. Trova intelligente che qualcuno lo faccia?».

Ha tirato un sospiro di sollievo quando Sky ha ingaggiato come opinionista Marcello Lippi anziché Fabio Capello?
«Capello è stato il primo con cui ho litigato in diretta, ma io non ho paura dello scontro, anzi nella mia vita i migliori rapporti privati e professionali sono cominciati con accesi confronti. Capello è uno che non vuole essere campione di simpatia, ma lo è di tattica. Sarebbe stato bello ingaggiarlo e sono convinta che anche dalla Rai sarà un valore aggiunto. Pure Lippi ha un bel caratterino, però è un toscanaccio simpatico e poi, dopo il Mondiale, è diventato un'icona come Bearzot».

Che cosa chiede a se stessa dall'annata televisiva alle porte?
«Vorrei accettarmi di più ed essere più lucida nel giudicarmi. Nessuna critica mi scalfisce quanto quelle che faccio a me stessa».

E quest'ansia che la fa sembrare un po' troppo rigida?
«lo non mi sento più così fredda e dura. All'inizio lo facevo per schermarmi: meglio essere antipatica che considerata una tappezzeria per abbellire lo studio. Era una forma di insicurezza».

Il solito complesso da "oltre le gambe c'è di più".
«Guardi che è un complesso indotto da uomini e donne terribilmente giudicanti. Pian piano ho preso coscienza che non avevo più bisogno di aggredire e m'è passata la voglia di essere per forza la prima della classe. Ora si vede quel che sono: spigolosa e anche ridanciana. Ma ormai ho l'etichetta di algida e me la tengo».

Emilio Marrese
per "L'Espresso"

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