Simona Ventura: 'Il mio sogno un programma con la Dandini'

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  martedì, 06 novembre 2007
 00:00

Ventura e DandiniC’è una Rai che con i varietà di prima serata perde tutti gli scontri diretti con Mediaset e cerca affannosamente di diventare più «moderna», almeno stando alle parole del direttore generale Cappon, e un’altra che zitta zitta macina ascolti e soddisfazioni.

La domenica pomeriggio è ormai appannaggio di Quelli che il calcio, che, pur senza calcio, si conferma leader della fascia oraria 15-17, superando sia la Domenica in di Raiuno che la Buona domenica di Canale 5 e soprattutto portando a «nonna Rai» il pubblico più ambito dai pubblicitari, quello dai 15 ai 44 anni.

«Un programma che molti consideravano senza futuro - gongola il direttore di Raidue Antonio Marano - e invece grazie al vigore di Simona Ventura, alla bravura comica di Max Giusti e Lucia Ocone, agli autori, ha trovato una linea vincente».

Domenica c’è stata una sorpresa aggiuntiva: il duetto tra la Ventura e Serena Dandini. Le due «capocomiche» di Viale Mazzini hanno formazione e frequentazioni del tutto diverse e si erano incontrate televisivamente solo una volta «quando io facevo Mai dire gol - dice oggi la Ventura - e lei Tunnel: una puntata storica, divententissima». Eppure sono le due facce, femminili, di una Rai che non si siede sui format e sa fare squadra. Tanto che alla fine è spuntata la proposta indecente: «Perché non facciamo un programma insieme?».

Ventura, davvero lei farebbe un programma con la Dandini?
«Ma scherza? Ne sarei felice! Io Serena la adoro, le sue trasmissioni fanno scuola, ancora oggi il Pippo Chennedy Show o Avanzi non hanno perso la loro carica di innovazione. Certo, siamo molto diverse, ma proprio per questo potremmo lavorare bene insieme, di sicuro non ci pesteremmo mai i piedi».

In che cosa siete diverse?
«Io riesco bene nell’intrattenimento, nei reality. Lei è un mago dei talk show. E poi lei si interessa ai temi politici e sociali, io di politica non so quasi nulla, non riesce proprio ad appassionarmi. Sarà una questione di formazione o generazionale, non so».

E in che cosa invece siete simili?
«Beh, siamo due “capocomiche” ed è una cosa rara tra le donne: in tv ci siamo solo io, lei e la De Filippi a fare squadra come gli uomini. E poi tutte e due lavoriamo bene con i comici, lei con i Guzzanti e Neri Marcoré, io con Gene Gnocchi prima, con Max Giusti oggi ».

Vi unisce anche una sorta di «orgoglio Rai», o sbaglio?
«Certo entrambe amiamo e stimiamo questa azienda. Non bisogna confondere le questioni politiche, spesso confuse e intricate, con quelle professionali. In Rai ci sono grandi professionalità e capacità, a tutti i livelli».

Il direttore Cappon dice che bisogna rendere più moderna Raiuno. Per lei è ancora una ferita aperta, dopo l’insuccesso promaverile di «Colpo di genio»?
«Non è facile svecchiare Raiuno, l’ho provato sulla mia pelle. Quello è un pubblico particolare, ma il problema vero è che sulle reti ammiraglie non si può innovare, non c’è tempo: o un programma va subito bene o lo si butta. E le cose non vanno quasi mai subito bene, vanno preparate con calma e rodate. Quelli che, a inizio stagione, non convinceva fino in fondo, lo abbiamo aggiustato lavorandoci su. Su Raiuno non avremmo potuto, non ci sarebbe stato tempo: si entra subito nel circolo vizioso degli ascolti, più perdi più continui a perdere... Basti pensare a cosa è successo all’Apocalypse show di Gianfranco Funari, eppure a me piaceva molto».

C’è sempre il sistema di sperimentare le trasmissioni sulle altre reti e poi trasferirle sull’ammiraglia, come ha fatto Mediaset con «Zelig»...
«Vero, per esempio l’Isola dei famosi di quest’anno avrebbe potuto benissimo andare su Raiuno, abbiamo corretto le cadute di stile che ci rimproveravano negli anni passati, adesso sono proprio soddisfatta: e dire che non volevo rifarla, meno male che ho cambiato idea».

E su Raiuno tornerebbe?
«Se c’è l’idea giusta io non mi tiro mai indietro, purtroppo questo è il mio maggior pregio e anche il mio peggior difetto. Dò il massimo: forse dovrei imparare a risparmiarmi un po’?».

Raffaela Silipo
per "La Stampa"

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