Non cíŤ reality senza shock

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  gioved√¨, 08 novembre 2007
 00:00

RealityLa realtà - soleva dire Vladimir Nabokov - è una delle poche parole che non hanno alcun senso senza virgolette. Quelle virgolette, oggi lo possiamo dire con certezza, sono la tv.

Detto altrimenti: la televisione, ancora pi√ɬĻ del cinema, incornicia la realt√ɬ†, la sospende e insieme la rappresenta, proprio come fanno le virgolette nel discorso scritto (o parlato, se riusciamo a dirle).

Senza la televisione non potremmo probabilmente neppure parlare della realtà, ovvero vederla. Questo sino a dieci anni fa quando la televisione ha preteso di togliere le virgolette e di farci vedere la realtà così-come-è.

Non pi√ɬĻ rappresentarla, bens√ɬ¨ mostrarla direttamente. Paolo Martini lo racconta in modo dettagliato nel suo libro Reality Shock (Aliberti editore, pp. 141, √ʬā¬¨ 11): un signore olandese, John de Mol, vede durante un viaggio negli Stati Uniti in un supermercato un gruppo di persone rinchiuse sotto una cupola di vetro: sono dei clienti che attirano altri clienti, vite in vetrina. L'idea dei reality show, racconta Martini, nasce da l√ɬ¨. La realt√ɬ† √ɬ® la realt√ɬ†, tautologia che la televisione realizza attraverso un'altra rappresentazione ancora: la rappresentazione della rappresentazione.

La televisione √ɬ® una macchina rappresentativa quasi perfetta: parla del reale attraverso il reale. Pasolini questo non lo aveva capito, l'avversava a favore del cinema. Un errore di prospettiva. Ma allora - inizio Anni 70 - la televisione era ancora uno strumento paleolitico. Martini, critico televisivo corsaro, va all'assalto del nuovo sistema di rappresentazione del reale - pi√ɬĻ reale del reale stesso - e lo smonta, pezzo a pezzo. Lo fa sentendosi coinvolto e insieme distante - Martini √ɬ® nel fondo un moralista, seppure deluso. La sua chiave di lettura √ɬ® la curiosit√ɬ†. Anzi, la curiosit√ɬ† √ɬ® il suo motore principale: vuole vedere cosa c'√ɬ® dietro - o dentro. Per questo i dettagli per Martini sono tutto: nomi, trasmissioni, autori, dichiarazioni.

Costruisce il suo agile volume d'assalto con sguardo rapace: un incursore. La sua tesi è che lo shock è una costruzione, l'ennesima costruzione, ma che non c'è altra realtà che questa. Una conclusione amara? No, ottimistica direi, poiché lo shock funziona come una forma di riattivazione dello sguardo.

√ɬą salutare. Basta astenersi dal moralismo. Questo asserto non gli impedisce di dare giudizi, di lisciare o passare al contropelo presentatori, autori, guru televisivi. Ce n'√ɬ® per tutti, ma senza fare del gossip - malattia televisiva, e non solo. Sono tutti, stretti intorno al Grande Fratello, i nomi che abbiamo imparato a nominare, meglio a snocciolare. L'autore si muove come un topo nel formaggio televisivo: assaggia e a tratti persino divora. Gli piace la televisione, ma in fondo in fondo la tiene in sospetto. Ha ragione. Perch√ɬ© il problema √ɬ® quello della √ā¬ęesposizione√ā¬Ľ, come ci fa capire anche il saggio di Alessandro Scarano in fondo al volume.

La realt√ɬ† televisiva √ɬ® figlia del circo e delle grandi esposizioni: una fiera. Tutto si presenta ai nostri occhi come una raccolta di casi eccezionali - noi stessi lo saremmo se fossimo esposti anche per soli cinque minuti, alla Warhol, alla realt√ɬ† dell'occhio televisivo. Il vero problema che Reality shock tocca in pi√ɬĻ punti √ɬ® quello della finzione.

Non tutto √ɬ® diventato irreale per eccesso di realt√ɬ† (ecco quello che si rimprovera superficialmente alla televisione), ma che noi non sappiamo pi√ɬĻ distinguere tra realt√ɬ† e finzione. Meglio: davanti alla televisione siamo come dei bambini che non sanno riconoscere lo statuto della finzione, il suo ruolo, i suoi meccanismi.

La televisione √ɬ® racconto e fiction anche quando pretende di mostrare i √ā¬ęfatti reali√ā¬Ľ. Anzi, proprio l√ɬ¨, come ci hanno insegnato i maestri parigini degli Anni Settanta (Barthes, Foucault, Deleuze) e i loro allievi (Baudrillard, Virilio) si tratta di storie inventate - √ā¬ęinventare√ā¬Ľ nel senso etimologico di √ā¬ętrovare√ā¬Ľ. Il nostro vero problema √ɬ® di vedere (e ascoltare) delle storie che funzionano, che ammaestrano o che consolano.

Oggi il problema della tv (italiana, ma non solo), suggerisce Martini, √ɬ® che non sa pi√ɬĻ raccontare delle √ā¬ęvere√ā¬Ľ storie. Un vero peccato. Per questo non la guardo mai.

Marco Belpoliti
per "La Stampa"

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