Fiction vs. Cinema: 'il grande schermo non racconta pi il romanzo popolare'

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Fonte: La Repubblica

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Televisione
  sabato, 17 novembre 2007
 00:00
«Quando sento i miei colleghi di cinema dire che la fiction ha ucciso i film e perché poi, in sala, vedo film imbarazzanti. Penso invece che certa fiction sia più bella di certo cinema». Luca Barbareschi lancia la sua ultima provocazione, se la prende con gli autori che fanno il pianto greco «e hanno avuto tanti soldi. II cinema è un prototipo e ha costi da prototipo. Veltroni ha criticato Berlusconi perché "interrompeva un'emozione" con gli spot. Dopo di che in America nessuno si arrabbia per le interruzioni, mai visto scendere in piazza, Scorsese, Altman, è un'ipocrisia. Se Nanni Moretti fa un film la gente lo va a vedere, gli si riconosce un'intelligenza, una cifra stilistica. Ma se tutti copiano lui, il cinema italiano muore. Gli autori devono occuparsi di fare i generi — commedia, poliziesco, horror —senza i generi il cinema non può rinascere. Il cinema americano vince perché per ogni prodotto si chiede: chi lo guarderà? Se non c'è un pubblico non c'è nulla».
 
Fiction contro cinema, dunque? Il discorso è complesso, ma il direttore di RaiFiction Agostino Saccà è conciliante: «Nelle ultime settimane Apt, Api e Anica sono unite sui temi della Finanziaria. Molti produttori di cinema fanno fiction, è una distinzione che non ha senso. Certo, la fiction è massimalista, almeno quella in onda sulle reti generaliste, perché deve massimizzare l'ascolto quindi tende a una scrittura più popolare. Mentre il cinema, avendo come destinazione un pubblico di nicchia, può usare un linguaggio più contenuto. Negli ultimi anni i film di successo sono stati scritti e ideati da uomini della fiction». Elenca le produzioni che andranno nelle sale prima della tv (dai Viceré di Faenza al Sangue dei vinti di Soavi, a Sangue pazzo di Giordana), sottolineando come «l'industria sia la stessa. Da una parte c'è un travaso di sceneggiatori, attori, registi, da un'altra ci sono autori che si trincerano dietro posizioni corporative, dimenticando che anche grazie a noi sta nascendo una nuova stagione. Ma il cinema può vivere una nuova giovinezza solo grazie ai generi, perché, parliamoci chiaro, la fiction è il cinema di genere di una volta».
 
Concorda Stefano Reali: «Gli autori sono schizzinosi nei confronti del genere e questo alla fine ha allontanato il pubblico. Quando è stato bandiera popolare, il cinema non aveva paura di mettere in scena le abiezioni, penso a Rosi, Age e Scarpelli, Risi... Non temevano di mettere in scena l'eroe nella sua negatività, perché anche dalla negatività può esserci riscatto. Il vero problema, oggi, è che anche il cinema è diventato pettinatine e pulitino. Ma quando esce un film come Mio fratello è figlio unico di Luchetti, la gente va a vedere un po' di sana cattiveria. Così mentre gli autori di cinema perdono la possibilità di raccontare il male, preoccupati che il film piaccia a questo o quel direttore di festival, non al pubblico, la tv recupera i grandi cattivi, gli antagonisti: Riina, Provenzano. Basta con questo snobismo: un autore in tv parla a tanta gente, anche senza censura, fa il suo film e non avrà il problema della distribuzione».
 
Ma un problema di contenuti e linguaggio esiste? «A chi pensa che la tv imponga limitazioni, ricordo che impone paletti anche il cinema: cast, linea editoriale» risponde Riccardo Milani.  «Tutti dicono che la tv è brutta, aggiungo anche per la responsabilità di chi se n'è sempre tenuto fuori. Voglio dire che qualche volta è giusto "sporcarsi le mani". La televisione l'hanno fatta Monicelli, i Taviani. Io ho raccontato Cefalonia e sono felice di averlo fatto con una fiction, ma ho girato un film, e quella storia l'hanno scritta due sceneggiatori come Rulli e Petraglia. Se va bene un film, al massimo ti vedono due, tre milioni di spettatori, in tv parliamo di otto, nove. Ma non nascondiamocelo: devi usare un linguaggio più facile, ti rivolgi a tutti, chi va al cinema sceglie. Sono d'accordo con Barbareschi quando dice che certa fiction è meglio di certi film (com'è vero il contrario), ma non condivido la sua opinione sui Centoautori perché difendono diritti sacrosanti».
 
Anche Marco Risi difende la posizione degli autori «perché il loro discorso ha a che, fare con la cultura, parola, come sottolineava Bertolucci, raramente usata dai politici. Tornando alla fiction, ricordo quando Monicelli diceva: "Faccio il film e poi va in televisione, non cambia niente". A me, quando ho girato L'ultimo padrino, hanno spiegato: "Più primi piani, la gente sta seduta a tavola con te". Una volta il tempo televisivo era lento, penso al Mulino del Po, oggi è forsennato e il cinema ha recuperato un andamento più riflessivo, perché lo spettatore possa entrare nel racconto, penso ai film di Soldini, Molaioli, Mazzacurati. Cambia il senso del tempo, La meglio gioventù dimostra come solo la tv abbia potuto permettere di sviluppare il racconto».
 
Stefano Rulli, che ha firmato con Petraglia la serie di Giordana, parla di «libertà creativa, perché quel racconto lungo altro non era che il grande romanzo popolare, che poi è la fiction. Il cinema è entrato in crisi quando è entrata in crisi la commedia, quando sono spariti i film medi e di genere. La televisione ha assorbito il cinema di genere che il cinema non faceva più. Anche la Piovra di Damiani nasce da lì. In tv devi cominciare forte, non puoi perdere il pubblico, devi spiegare subito: al cinema chi paga il biglietto ha più tempo. Non vedo una competizione con la fiction, ma una grande industria. Va ripensata la programmazione dei film, le uscite, e si deve investire perché la quantità aiuta a fare la qualità».
 
Silvia Fumarola
per "La Repubblica"

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