Politically uncorrect, 'troppi show razzisti nella tv Usa'

News inserita da:

Fonte: Il Corriere della Sera

T
Televisione
  domenica, 18 novembre 2007
 00:00
Peter Griffin e il cane BrianIn un recente episodio di «30 Rock», sulla Nbc, uno sceneggiatore suggerisce al suo staff di imbellettarsi il volto di make-up nero (il famigerato «blackface», sinonimo del peggiore razzismo). «Perché — spiega — la razza è l'ultimo tabù». «Non puoi usare materiale di questo tipo in tv», gli risponde scandalizzata una collega, «È un tema troppo controverso».
 
Si sbaglia. Da qualche tempo a questa parte le battute sulle origini e i conflitti tra i vari gruppi etnici hanno improvvisamente conquistato il piccolo schermo. Ribaltando decenni di cultura all'insegna di un politically correct, spesso fin troppo esasperato. E se i primi a lanciare l'autolesionista sfida sono stati ironicamente gli artisti hip-hop neri, nel mirino della nuova satira sono anche le altre minoranze: ebrei e ispanici. Tra i bersagli anche donne, gay, handicappati.
 
A guidare la «riscossa» sono sitcom quali «Two and a Half men» (Cbs), «Back to you» (Fox), «The Office» (Nbc). La più irriverente di tutte è però «Curb your Enthusiasm» (Hbo) del leggendario Larry David, creatore della fortunatissima sitcom «Seinfeld», un comico a metà strada tra Woody Alien e Philip Roth.
 
In una puntata dello show David e la moglie Cheryl (Cheryl Hines) decidono di ospitare una coppia afro-americana che ha perso la casa nell'Uragano Edna. Oltre a ribattezzarli i «Black» («Neri»), il comico li dota di tutti i peggiori stereotipi razzisti, fino a ieri off limits, e non solo in prime time. Dalla loro passione per i breakfast giganti tutto colesterolo al vizio del fumo, dalla propensione a lavorare poco al senso innato per la musica R&B. Persino un attore di sinistra come Alee Baldwin ha abbracciato la nuova moda. In un episodio di «30 Rock» una collega lo informa di essere «terrorizzata dall'idea di rifiutare le avance di un uomo d'affari afro-americano per paura di essere scambiata per razzista». «Come ti capisco», le risponde Baldwin, «Anch'io ho avuto tensioni culturali quando uscivo con Condoleezza Rice: al cinema urlava sempre contro lo schermo».
 
I pionieri del genere, almeno in tv, sono stati gli irriverenti cartoni animati quali «I Simpson», «South Park» e soprattutto «Family Guy» (conosciuti in Italia come "I Griffin", ndr), dove il cane Brian si innamora dell'insegnante afro-americana Shauna che corteggia rassicurandola: «Non approvo la schiavitù e se mi offrissero una schiava gratis direi di no».
 
Ma prima di loro, il tabù è stato infranto dagli artisti hip-hop (neri) oggi nel mirino dei critici - insieme con i colossi discografici alle loro spalle (bianchi) - per essersi arricchiti diffondendo una cultura musicale razzista e misogina. Che ha finito per ispirare anche i comici - bianchi e neri - come Dave Cappelle, Chris Rock, Sara Silverman e Michael Richards che infieriscono contro rutti.
 
Ma dietro al revival qualcuno vede soprattutto la candidatura di Barack Obama alla casa Bianca, che ha riacceso l'anima segregazionista e intollerante di quell'America che adesso si scatena. Mentre il Congresso e le associazioni afro-americane chiedono leggi più restrittive, molti temono un ritorno al passato. «Il vero rischio è che i razzisti veri si tuffino nel carrozzone», scrive il New York Times. E allora ci sarebbe ben poco da ridere.
 
Alessandra Farkas
per "Il Corriere della Sera"

Ultimi Video