La tv libera le frequenze telecom mobili all'attacco

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Fonte: Repubblica Affari e Finanza

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Televisione
  lunedì, 19 novembre 2007
 00:00

L’asta per le frequenze tv indetta dal ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni mercoledì scorso e presentata come un fatto rivoluzionario nello scenario dell’etere televisivo italiano potrebbe avere una portata notevole anche al di là dei confini nazionali.

Il fatto che frequenze disponibili dello spettro radio vengano assegnate in base alle esigenze del mercato (operatori nazionali con una copertura limitata, nuovi soggetti entranti) e non più in base ad un principio di ‘ereditarietà’, secondo il quale, semplicemente, le frequenze chi ce l’ha se le tiene, arriva a proposito anche in ambito europeo, dove si inizia proprio in questi giorni a Ginevra, al World RadioCommunication Conference, a discutere di un fatto nuovo: la tv che diventa digitale ha bisogno di meno frequenze di prima, occupa meno spazio; in compenso gli operatori mobili hanno pressochè finito quello loro assegnato.

Le telecom mobili stanno fronteggiando una svolta radicale nel loro modello di business. Devono puntare sempre di più sul traffico dati perché il calo delle tariffe sta erodendo i margini del tradizionale traffico voce. Ma i dati richiedono spazio. Specie perché è un traffico fatto sempre più di navigazione Internet, di musica, di immagini. E tra poco anche di spot pubblicitari. Sono i grandi operatori mobili, in testa Vodafone, Telefonica, Orange quelli più avvertiti di questa situazione di pericolo. Che rischia di essere aggravata dai tempi tecnici delle discussioni europee. Per cui sarebbe opportuno – secondo loro – muoversi per tempo. Cioè ora.

Per l’Unione il problema si pone a partire dal 2011, quando si faranno le verifiche definitive sullo ‘switch off’ del 2012, ossia la data a partire dalla quale nell’etere europeo cesseranno completamente tutte le trasmissioni tv analogiche. «Ma se si comincia a discuterne nel 2011, significa che presumibilmente non si arriverà a rendere disponibili nuove frequenze per i mobili prima del 2016. Partendo ora, si guadagnerebbero quattro anni: si potrebbe arrivare al 2012 con le nuove assegnazioni già decise, con un grande vantaggio per il mercato, per le imprese, gli utenti e anche i governi. Abbiamo calcolato che anticipare di quattro anni la concessione di nuove frequenze alle telecom mobili creerebbe un maggior giro d’affari stimabile in 20 miliardi di euro».

A parlare è Alessandro Araimo, responsabile di SpectrumValue Partners Londra, società di analisi sui settori dei media e delle tlc. «Sono 20 miliardi aggiuntivi, che rappresentano i maggiori ricavi ottenibili anticipando di quattro anni gli investimenti sulle reti, il lancio dei nuovi servizi, la vendita dei nuovi terminali. E non comprendono, per esempio, i ricavi che i governi potrebbero ottenere dalle aste di aggiudicazione delle frequenze».

Ma va anche detto che questa cifra è un valore che si posiziona nella parte bassa della forchetta stimata da SpectrumValue Partners. Una cifra molto prudente. Anche perché prevede l’assegnazione agli operatori mobili di meno di un quarto del ‘dividendo digitale’, delle frequenze tv rese disponibili dalla digitalizzazione dei network. Uno scenario cauto, che punta soprattutto ad evitare uno scontro frontale con gli attuali titolari delle frequenze, ossia i network tv.

Lo spegnimento delle frequenze analogiche è appena iniziato. Per ora c’è stato solo in Svezia e Olanda. Tutti gli altri paesi arriveranno via via e gradualmente alla scadenza europea del 2012: un po’ come l’Italia, che intanto ha spendo due reti in Sardegna e Val d’Aosta e tra poco allargherà l’iniziativa a nuove regioni. A spingere per una soluzione rapida sono i grandi operatori mobili europei. Nei loro bilanci, come ha anche ribadito tra gli altri, la trimestrale di Vodafone appena presentata, il traffico sta raggiungendo la soglia del 20% del totale dei ricavi.

Ma è la voce che cresce più di tutte le altre. E dovrà crescere ancora di più. A fronte di questo, però, il livello di occupazione delle frequenze è già oggi altissimo. Si attesterebbe in media sul 6070%, con picchi ancora più alti nelle grandi aree urbane come Londra. «E bisogna considerare – continua Araimo - che le reti mobili non possono funzionare con tassi di saturazione vicini al 100%».

A trainare la crescita della domanda di banda mobile è il Web 2.0, le comunità sui telefonini, eBay o MySpace sul cellulare, i microblog e il microbrowsing. E’ un’evoluzione che va parallela con quella della banda larga fissa. La stessa Telecom Italia, per esempio, ha in corso una campagna di upgrading della sua rete Adsl e sta portando i livello minimo offerto agli utenti dagli attuali 2 a 7 mega, per mettere tutti in grado di poter scegliere l’offerta della Iptv. E lo sta facendo gratuitamente: gli utenti non pagheranno alcuna differenza. Sul mobile al momento non serve così tanta banda.

Lo streaming video ha bisogno di meno spazio in un rapporto di 8 a 1: per fare ciò che sulla rete fissa richiede 8 mega, sulla rete mobile ne richiede uno solo. «Ma ora – continua Araimo – la banda media utilizzata dagli utenti è di meno di 300 k. Al crescere della domanda la saturazione delle reti è scontata».

Ma perché la sola soluzione individuata dagli operatori mobili è nelle frequenze tv, come ha ribadito anche l’amministratore delegato di Vodafone Italia Pietro Guindani?

«Perché – sintetizza Araimo – sono frequenze nella fascia dei 700 mhz, che hanno un raggio d’azione molto ampio. Richiedono cioè meno celle e meno antenne. Cosa che va bene sia per gli operatori, ovviamente, che hanno costi minori, che per gli utenti, che si avvantaggeranno del minor livello di investimenti richiesto che si rifletterà nei costi dei nuovi servizi. Ma anche in termini di minori emissioni elettromagnetiche».

In effetti un’alternativa teorica ci sarebbe alle frequenze 700: ma si dovrebbe andare sulla banda del 2,6 giga, che richiede celle ancora più piccole dell’attuale Umts, con costi superiori di quattrocinque volte.

Le telecom mobili sperano che l’Ue prenda presto decisioni in merito. E l’iniziativa di Gentiloni, anche se l’asta riallocherà le 108 frequenze messe a gara sempre tra gli operatori tv, costituisce comunque, da questo punto di vista, un ottimo precedente.

Stefano Carli
per "Repubblica Affari e Finanza"

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