Cinquant’anni vissuti discretamente, Enza Sampò

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Fonte: La Stampa

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  lunedì, 17 dicembre 2007
 00:00

Cinquant’anni vissuti discretamente: Enza Sampò, elegante, magra, caschetto rosso e viso liscio, è stata premiata a Torino per il suo mezzo secolo di Rai, dove debuttò nel ’57, diciottenne.

«Eravamo in via Montebello. Io abitavo in corso Giulio Cesare e andavo a lavorare in tram. Faceva freddissimo allora, la mia Torino è cambiata in tutto, anche nella temperatura: ed è bellissima».


Tornerebbe ad abitarci?
«Non posso, il lavoro è a Roma. Però nelle Langhe, a Monforte d’Alba, nella casa dei miei, trascorro l’estate. E lo vuole soprattutto mio marito, salernitano».

Quanti mariti ha avuto?
«Come quanti? Uno solo, sempre quello, da quando avevo 23 anni. Ci ho fatto tre figli: uno insegna meccanica all’Università, uno è avvocato, il terzo campione di deltaplano. Per fortuna nessuno ha voluto lavorare in tv, non avrei saputo come aiutarlo».

Dopo 50 alla Rai non ha imparato a destreggiarsi?
«Non so proteggere neanche me stessa. Mi salvano le nicchie. Ora, il mercoledì mattina faccio un segmento all’interno di Cominciamo bene, su Raitre. Si intitola Indice di gradimento, quello che si usava al posto dell’Auditel e che adesso dicono di voler rimettere ma io non ci credo. Sono figlia dell’indice di gradimento, mi trovo bene con Ruffini».

Invece aveva dissapori con Del Noce per «Unomattina»?
«Dissapori? Quali dissapori? Non vorrei essere querelata».

Il suo fidanzamento con Umberto Eco: storia o leggenda?
«Storia, storia. Naturalmente, prima che mi sposassi. In quel periodo, fine Anni ’50, ho avuto la fortuna di far parte di un bel gruppo, Eco, Vattimo, Colombo, che capì la potenza della tv e nello stesso tempo credeva nella sua funzione etica. E dicevamo "etica" prima che questa diventasse una parolaccia. Cercavamo di educare al buon gusto. Credevamo che questo fosse un compito del nuovo mezzo».

Buon gusto sì bello e perduto?
«Perduto, ma comprensibilmente. Sui dati d’ascolto, il cattivo gusto premia. Premiano le liti. Ma anche far litigare è un’arte. Pensi che io sono riuscita a invitare insieme Sgarbi e Mughini, senza ottenere nemmeno un insulto. Vede, non ci so fare...».

Di che segno è, così civettuola?
«Dell’Acquario».

Come ha cominciato?
«Nel mio palazzo abitava Maurizio Corgnati, grande intellettuale, futuro marito di Milva. Sua nipote era una mia cara amica. Mi aiutò a fare un provino da annunciatrice ma andò male. Mi presero invece per Anni verdi, dedicato ai problemi delle ragazze. A casa mia non avevamo tv, guardavo Mike e Lascia o raddoppia classicamente dai vicini di casa. Mi affascinava, la tv ne intuivo la forza».

Pensava di fare la conduttrice?
«Come potevo pensarlo, il mestiere mica esisteva. Frequentavo senza convinzione un istituto di lingue, mia mamma aveva una scuola di taglio e pretese che io prendessi il diploma di maestra di taglio. Cucire mi piace sempre, e tutte le volte che mi compero qualcosa, poi lo modifico. Intanto la faccenda della tv andava avanti: con Lei e gli altri diventò una professione; poi ci fu Sanremo, Campanile sera, e via via il resto».

Le donne in tv?
«Vari passaggi. In principio era l’eccessivo pudore. Ti facevano cambiare anche se dalla gonna si vedeva il segno delle mutandine. Una volta feci un carosello per la Bassetti in pantaloni e mi dissero che ero "fallocratica". Poi venne il femminismo, gonnelloni zoccoli e severità, sebbene d’altro tipo. E poi c’è l’oggi. Oggi, pure nei tg una bella scollatura conta».

La guarda ancora, la tv?
«Il primo Grande Fratello me lo sono guardato tutto, adesso i reality mi annoiano. Però ho amato la fascia pomeridiana dell’Isola dei famosi, tecnicamente ottima. La Bignardi ha una sua linea rigorosa (pure lei, però, è passata attraverso il reality) e la Gabanelli ha eliminato la troupe: una rivoluzione. E chi l’ha portata? Una donna. Poi non mi dispiace certa fiction, il Dr. House, ma mi ha un po’ stancato; ottimo Il capo dei capi ».

I varietà?
«Beh, non ci sono più. Il sabato sera ci sono solo lacrime, di qua e di là, i programmi si somigliano tutti».

Ha un programma nel cassetto?
«No. Forse mi piacerebbe una cosa sui personaggi della letteratura, magari con Barbara Alberti. Ma quando? Mica si può mettere una cosa così in prima serata. E la seconda non esiste più».

Cinquant’anni alla Rai: non poteva studiare da direttore?
«Per carità, non sono adatta. Riuscirei solo a farmi da segretaria».

Alessandra Comazzi
per "La Stampa"

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