Campo Dall'Orto: 'Caso Luttazzi, non è stata censura'

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Fonte: Il Corriere della Sera

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Televisione
  domenica, 23 dicembre 2007
 00:00
«Nella vicenda Luttazzi sono emerse due questioni. Una, molto dibattuta sui giornali, legata al rapporto tra la libertà di espressione del singolo e la libertà di altri soggetti, mediazione che nel caso di una tv avviene attraverso l’editore. In sintesi: la responsabilità di essere liberi. E poi una seconda, meno affrontata: l’etica d’impresa. Ovvero il rispetto delle persone che fanno parte di uno stesso gruppo creativo di lavoro, proprio come il nostro. E di conseguenza il rispetto del pubblico». Antonio Campo Dall’Orto, 43 anni, amministratore delegato di Telecom Italia Media e insieme direttore di La7 e Mtv, torna sul caso Daniele Luttazzi due settimane dopo la chiusura di Decameron decisa il 7 dicembre per la famosa scena dedicata a Giuliano Ferrara.

Dall’Orto non sembra temere l’etichetta di censore:
«Nessuna paura. La mia storia personale dimostra il contrario: Lerner, Crozza, la Bignardi, Ferrara. Personaggi diversissimi tra loro, spesso in contrasto, ma legati da un patto: totale libertà e senso di responsabilità. Ripeto: verso il gruppo e verso il pubblico. Ecco qui la nostra ricchezza editoriale. Censore? Non ho paura della parola, quando qualcuno prova a relegarti in un ruolo che non ti appartiene. Se poi è una strumentalizzazione, chi se ne frega».

Ma sua «etica d’impresa» vieta di dire la propria sul tuo «vicino di canale»?
«Assolutamente no. Proprio Daniele contestò l’intervista di Daria Bignardi a Dell’Utri. Fu un normale confronto. Nella vicenda Ferrara ho visto solo un attacco personale, un insulto gratuito. Bella differenza tra il confronto e un uso improprio della tv». Poi aggiunge: «L’ottica anglosassone di un’azienda televisiva ha come base la creazione di valore. Un obiettivo che esige regole forti: non puoi insultare chi lavora con te, non puoi insultare il tuo pubblico, per esempio».

I sostenitori di Luttazzi affermano che Ferrara avrebbe fatto pressioni per togliere di mezzo Decameron...
«Falso. Giuliano si è fatto vivo solo dopo le mie decisioni. E per dirmi che dal punto di vista personale non gli importava nulla di tutto quanto. Ho apprezzato tono e tempi: ascoltare il suo parere prima, avrebbe comunque "complicato" ogni mia misura».

Cosa pensa ora di Daniele Luttazzi?
«Continuo a ritenere che sia molto bravo. E che sia possibile lavorare con lui quando aderirà a un patto professionale che qualsiasi impresa televisiva prevede».

È vero che avete distrutto il suo materiale?
«Assurdo. L’ho anche detto a Daniele. Viviamo di beni intellettuali pagati e costruiti da noi. Che senso avrebbe gettarli via? È tutto in archivio».

Avete registrato reazioni del pubblico?
«Una piccola parte meno dialettica ha protestato per la chiusura di Luttazzi. La stragrande maggioranza magari ha espresso dubbi ma ha compreso e condiviso il contesto».

Il miglior risultato della stagione di La7?
«Certamente Crozza. Felice l’intuizione sul "ma anche" per Veltroni, è diventato uno slogan. Il segno di un autentico successo».

Satira a parte, ora il panorama televisivo potrebbe cambiare se la legge Gentiloni di riforma del sistema dovesse essere finalmente varata. Cosa pensa la sua «piccola» tv, l’unica in chiaro che si opponga al duopolio Rai-Mediaset?
«Se davvero vogliamo più pluralismo, se davvero si punta a fare dell’audiovisivo una parte fondamentale dello sviluppo del sistema Italia, un po’ com’è felicemente accaduto in Gran Bretagna, c’è solo una strada. Rispettare le regole del mercato».

E cioè? Mettersi a disposizione di una logicaesclusivamente economica?
«Non ho detto questo. Dico che per ottenere più libertà, quindi maggiore pluralismo, ci vuole l’accesso a più quote di pubblicità e a più frequenze. Invece sono preoccupato».

Da cosa? Magari dalla politica...
«Io vedo due blocchi contrapposti. Da una parte l’area di Forza Italia che frena e lotta in ogni modo contro l’approvazione. Dall’altra la sinistra radicale che vede nella Gentiloni uno strumento per diminuire il peso di Mediaset e per punire Berlusconi. Tutto ciò non c’entra nulla col futuro del sistema radiotelevisivo italiano. E col fatto che il nostro mercato pubblicitario è fermo a quota 5 miliardi di euro per le tv mentre in Gran Bretagna è esploso a quota 20».

Qual è il pericolo?
«Che gli interessi immediati delle due parti facciano perdere identità a una legge che ora rappresenta un’occasione di cambiamento. Se si continua a snaturare la Gentiloni a forza di mediazioni e compromessi, sarà soltanto un’occasione perduta».

Paolo Conti
per "Il Corriere della Sera"

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