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I bilanci di A. Comazzi: 'Forza sergenti, chiudiamo le stalle!'

• 5 min lettura
Fonte: La Stampa | Condividi 📲

Il meglio e il peggio della tv, capirai: come cercare l'ago in un pagliaio, in mezzo a tutte le emittenti che, gratis o a pagamento, con le più diverse tecnologie, trasmettono 24 ore su 24. Prendiamolo dunque come un gioco di fine anno, restringendo il campo alle reti generaliste, ai lavori italiani e tralasciando i programmoni consolidati, le ripetizioni. E pure Benigni, che è Benigni. E dunque
IL MEGLIO

- IL SERGENTE, ovvero la tv che ti riconcilia con la tv. In diretta da una gelida cava, su La7 e, miracolo!, senza interruzioni pubblicitarie, Marco Paolini, l'uomo di «Vajont», ha recitato il testo tratto da «Il sergente nella neve» di Rigoni Stern. Le tappe di un suo contemporaneo viaggio in Russia si alternavano con il libro rivisitato e fatto rivivere, lì, nitidamente, in quella cava. La ritirata di Russia, il Don, il freddo, i mortai, la polenta, il capodanno del '42, l'Armata Rossa, il moschetto del 1891 e l'umanità di chi moriva nel ghiaccio o viveva di stenti nelle isbe. «Evento» è una parola di cui si abusa: ma quello lo è stato.  PER RIFLETTERE

- IL CAPO DEI CAPI. Lo sceneggiato è riuscito a coniugare un tema tosto come la mafia raccontata attraverso la storia di Totò Riina, con l'ottima realizzazione tecnica e quella dose di popolarità indispensabile per una fiction. In onda su Canale 5, prodotto dalla Taodue di Valsecchi, tratto dal libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, registi Enzo Monteleone e Alexis Sweet. Ottima scelta degli attori, sconosciuti e bravi, da Claudio Gioè (Riina) a Claudio Castrogiovanni (Liggio) a Carmelo Galati (Rizzotto). Contestato dalla moglie di Riina che si è ritenuta diffamata, ma anche dal ministro Mastella che ne aveva chiesto la sospensione perché non si criticava troppo la mafia. Figuriamoci. La ferocia con la quale si muovono Riina e i suoi non può dare adito a alcun equivoco.
Perché uno sceneggiatocosì non l'ha realizzato la Rai? In tempi ancora lontani dall'ultimo scandalo, ma non dal penultimo, Valsecchi aveva risposto: «Troppi veti incrociati, alla Rai, troppi lacci e lacciuoli. A Mediaset si è più liberi».  PER RIFLETTERE

- COCAINA - VITA DA OPERAIO. Molte ottime inchieste, in tv, contrariamente al luogo comune. Ci sono quelle classiche di Report e dello Speciale Tg1, ma anche la serie W l'Italia di Iacona, che quest'anno si è occupata della politica di provincia e non si è fermata neppure d'estate. Segnaliamo però qui due docu-ficion, due esempi di tv educativa dei nostri giorni, Cocaina e Vita da operaio. Anche di Cocaina era stata chiesta la sospensione, questa volta da Gasparri. Invece il lavoro di Roberto Burchielli e Mauro Parissone, montato benissimo, è andato regolarmente in onda, su Raitre. La telecamera ha seguito per mesi alcuni poliziotti in borghese dell'Antidroga di Milano, forse persino troppo buoni per essere veri. Ma funzionali allo spirito del racconto che si chiudeva, educativamente, così: «Drogarsi è da sfigati».E poi «Vita da operaio», realizzato per «Tg3 Primo Piano» da Santo Della Volpe. Inchiesta seria, importante, circondata di assordante silenzio. Che si interrompe puntualmente, e soltanto, per le tragedie. PER IMPARARE

IL PEGGIO

- PORTA A PORTA - GF. Il peggio non sono le singole trasmissioni, ma i generi e la loro decadenza: si tratti di informazione abbattuta sulla cronaca nera, di talk show con uso di rissa e di reality sfinenti. Ce lo fanno vedere tutti i giorni «Striscia la notizia» e «Blob». Il peggio è tanta tv del pomeriggio, è il modello femminile proposto, ovviamente complici le donne, è il consumismo e l'abnorme quantità di spot, anche sulle reti a pagamento. Il peggio è la parte «sociale» della tv, non quella artistica. E comunque si indicano qui due capostipiti, che hanno le spalle larghe e che fanno innervosire proprio perché realizzati da fior di professionisti. «Porta a porta» e «Grande fratello». Il proto reality ha dato la stura a un'infinità di imitazioni, di derive stallatiche e isolane, con la scusa della sociologia della prima edizione. «Porta a porta» è l'involuzione del nazionalpopolare, specchio dell'Italia autoreferenziale dei media. L'Italia del bravissimo, scaltro Vespa non è quella vera, ma una rappresentazione fatta per la minoranza che guarda la tv. PER ARRABBIARSI

- ERAVAMO SOLO MILLE. Se il Risorgimento in tv non lo sanno fare, lo lascino in pace e non ne parliamo più. Magari se ne occupino con una bella trasmissione di storia, quelle vengono meglio. Raiuno quest'anno si è esibita in due sceneggiati evitabili, «La contessa di Castiglione» (dove Cavour era Marco Messeri e parlava toscano, e con questo s'è detto tutto) e «Eravamo solo mille». Sembrava che lo sceneggiato dovesse far polemica per la sua corrente «revisionista» (Borboni buoni, piemontesi predoni), in realtà più che revisionismo, era fotoromanzo animato. Pochi mezzi ha avuto a disposizione il regista Stefano Reali, e così le scene di massa erano piccole, miserelle: tanto valeva evitarle, stilizzarle. Gli sceneggiati storici deludono sempre sia chi conosce la materia, perché vi trova delle stupidaggini, sia chi non la conosce, perché non gliene importa niente di quelle lontane vicende. Il fatto è che gli sceneggiatori vogliono semplificare a tutti i costi. Ed è un errore. Il fascino della storia è evocare la complessità della vita.       PER DELUDERSI

- STALLE E PALLE. «Uno, due, tre... stalla» doveva essere l'evoluzione della «Fattoria». Il reality di Canale 5 sulla vita agreste, cominciato con Simona Ercolani e terminato con Maria De Filippi, Barbara D'Urso alla conduzione, ha dato soprattutto la stura a liti feroci, pettegolezzi, insulti e retropensieri degni di miglior causa. Uno spettacolo deprimente. E poi «Balls of steel», cioè palle d'acciaio, ma il titolo l'hanno lasciato in inglese. Il programma figura in questa lista quale rappresentante di una categoria autonoma: il brutto che si poteva evitare. Programma notturno e defilato di Raidue, non ha saputo usare la libertà che la nicchia e l'orario offrono. Candid camera, ancora; format straniero, ancora; facciamo i dissacranti, ancora; «adrenalina e follia», ancora. Magari. Chi farà mai ridere il ragazzo nero, vestito da masai, che in uno zoo propone di mangiare tutta una famiglia? Ma è offensivo, intellettualmente offensivo, dico; tanto più se in onda nella fascia oraria in cui sarebbe possibile permettersi il meglio. PER DEPRIMERSI
Alessandra Comazzi
per "La Stampa"

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