Il filosofo: 'la celebrit oggi trash perch senza gerarchie'

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Fonte: Libero

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Televisione
  domenica, 06 gennaio 2008
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"Famosità'' è uno dei neologismi più azzeccati per definire i nostri tempi. Aspettate a inorridire: designa un fenomeno preciso, diverso dall'antiquata "notorietà". Uno è noto in seconda battuta, come conseguenza di qualcosa che ha fatto. La "famosità" è quell'attributo misterioso di chi è famoso perché è famoso. «Chi è Tizio?». «È uno famoso». Probabilmente queste non meglio precisate celebrità, che spuntano come funghi dalle discoteche ai salotti intellettuali, ce l'hanno scritto anche sulla carta d'identità alla voce "professione": famoso. Ma cosa accidenti vuol dire?
 
Ne abbiamo parlato con Stefano Bonaga, filosofo a suo tempo etichettato come "famoso" per la liason con Alba Parietti. Per cui era diventato il celebre Bonaga anche per chi non aveva la minima idea della sua attività accademica. Per fortuna che poi Bonaga filosofo lo è, e lo dimostra subito smarcando la questione dalle consuete banalità sociologiche da bigino di Adorno, della serie «è tutta colpa della società dello spettacolo». E inquadra il problema partendo dal linguaggio, che come insegnava Heidegger è il vero luogo in cui possiamo apprendere qualcosa sull'essere. «L'etimologia della parola "fama" viene dal verbo greco "phemì", cioè "dire, parlare"».
 
Da cui già deriva una ricaduta teorica essenziale e sorprendente: la fama all'origine non ha nulla a che vedere col merito. L'etimo ci ha rivelato, come argomenta il filosofo, che essa «è legata a ciò di cui si parla, alla diceria che si sparge». Per cui sono da archiviare tutte le crociate moralistiche contro il vippume famoso senza merito: esse, letteralmente, non sanno di cosa parlano.
 
La conclusione è quindi che il famoso Alessandro Magno e il famoso Costantino Vìtagliano pari sono? Fermi tutti, è proprio qui che si gioca la differenza tra fama e famosità. In quella che Bonaga chiama «l'attuale sincronia della comunicazione». Che spariglia completamente le carte in tavola: «Una volta la diceria aveva tempo di diffondersi, di stratificarsi. Così si selezionava la diceria che tiene nel tempo, che poi si trasforma in racconto, in storia».
Una sorta di scrematura verticale, al cui culmine Bonaga vede sorgere «la cultura, il mito». La fama "alta" in senso letterale, i cui progenitori insuperati sono gli eroi omerici. In una parola: «La gloria».
 
Ora, il nucleo individuato dal filosofo è proprio qui: «La dimensione verticale della diceria, che è quella che volgarmente viene associata al merito, è stata spazzata via». L'attuale comunicazione umana è «tutta compressa orizzontalmente e basata su una molteplicità di informazioni simultanee». Miliardi di fatti, nozioni, personaggi più o meno (in)significanti che vengono scaraventati nello stesso istante nel tritacarne mediatico. In questo modo «il "parlare di" viene collegato alla pura e semplice visibilità, diventa un "discorso attorno a" sterile e totalmente indipendente dal contenuto». Ingoiamo rutto, compresa l'ultima starlette sculettante, purché se ne parli.
 
I volti noti della cronaca nera  - 
Da qui anche il bizzarro fenomeno, su cui si sofferma Bonaga, per cui la famosità va oltre le persone, e coinvolge i luoghi, le cose. Come ad esempio nei casi di cronaca nera: «Cogne, Perugia, Garlasco, sono diventati essi stessi delle celebrità. Quasi nessuno conosce i dettagli in questione, né tantomeno gli atti dei processi, ma si parla per ore del "caso di Cogne", del "caso di Garlasco"...».
 
Il meccanismo si autoalimenta, e sfocia in quella che Bonaga chiama «l'inversione della dimensione spazio-temporale» in cui avviene la comunicazione. Dalla piramide verticale, costruita sulla durata che crea la fama in senso alto, alla spirale orizzontale basata sull'istante, che corre affannosa alla caccia della "famosità".
 
Bonaga può allora concludere, riprendendo un termine di Heidegger: «Il mito di oggi è diventata la "chiacchiera"». Che per il pensatore tedesco indicava il discorso vacuo, il cui unico obiettivo è quello di protrarsi a oltranza. La differenza non è da poco: «La fama tradizionale era un'assicurazione sul futuro, la garanzia di durare. Ora è consumo, semplice presa d'atto che oggi si parla di qualcuno o di qualcosa, di cui ieri non si parlava, e che domani sarà già nel dimenticatoio». Ad essere cancellata per Bonaga è «la dimensione cantata da Foscolo». Quella che con la permanenza presso i posteri sconfiggeva la morte stessa. La chiacchiera, al massimo, ti aiuta a tirare fino a domani.
 
Attenti, i Vip non sono colpevoli  -  Il filosofo mette però in guardia da ogni moralismo d'accatto: «Attenzione a prendersela con i ragazzoni del Grande Fratello o con le veline». Equivale a indicare indignati la punta dell'iceberg. Ignorando, o fingendo di farlo, che «c'è un collaborazionismo generale da parte di chi dà loro credito, di chi li guarda, di chi li critica senza averli visti o spiandoli di nascosto». Siamo tutti nella chiacchiera, anime belle in testa.
Non a caso Bonaga rileva divertito, forse pensando ai molti colleghi tromboni, il «circolo morboso che si crea con fenomeni come "Il grande fratello" o "L'isola dei famosi". Intellettuali e opinionisti sparano compiaciuti sui protagonisti dei reality, salvo non vedere l'ora che cominci la puntata successiva, per poter pontificare ancora». Cosa è tutto ciò, se non incrementare la chiacchiera?
 
Il contrario di quello che facevano i Greci che, ricorda il filosofo, «durante le Olimpiadi interrompevano perfino le guerre. Gli eroi sportivi erano più celebrati degli eroi militari». Non a caso per Bonaga lo sport è una delle poche realtà in cui si conservano sacche di fama in senso alto: «Un Maradona, un Valentino Rossi, sono eccezioni che attengono ancora alla dimensione della "gloria"». Sono i campioni noti per le imprese fuori dall'ordinario. Merce comunque rara, inesorabilmente messa in minoranza dall'Adriano attrazione della movida di Rio, dal Coco padrone della Sardegna by night e rispettivi cloni. Ancora una volta, però, occhio a predicare, visto che siamo i primi a raccontarne le gesta extra-sportive con dovizia di particolari.
 
I quindici minuti di Andy Warhol  -  Sono tutte manifestazioni della «fama come curiosità pubblica» che segna la società postmoderna. Quella della corsa all'ulrima fidanzata dell'ultimo tronista palestrato, quella del famoso «quarto d'ora di celebrità» di warholiana memoria.
 
Per sottrarsi al carrozzone della fama come pura visibilità, il singolo individuo ha comunque un margine di autonomia. Che Bonaga descrive raccontando di quando a Parigi studiava con Gilles Deleuze, "celebre" (ancora, siamo condannati!) filosofo francese. Deleuze parlava tra l'altro del «rendersi impercettibili» e di «una certa volontà di sparizione» come antidoti alla dittatura della fama effimera. Nessuno, in sintesi, ci obbliga a gettare benzina sul fuoco della chiacchiera.
 
Passando dal sacro al profano, da Deleuze alla Parietti (l'interpretazione è libera), Bonaga spiega anche il disagio di quando era "il compagno" della showgirl. «Il problema non era tanto l'associazione immediata con un'altra persona, ma la sovraesposizione mediatica futile. Avevo letteralmente la fobia di sembrare ridicolo».
 
L'anonimato di massa  -  Generalizzando dal suo caso particolare, lo studioso spiega che «nella società attuale è in atto una paradossale tensione fra l'anonimato assoluto e l'ansia di protagonismo. Nell'umanità del "villaggio" c'erano molte personalità, definite dal loro mestiere. Nella società globale c'è un anonimato di massa che non vede l'ora di diventare famoso».
 
Il tutto ha anche un'immediata ricaduta politica. Che, sottolinea Bonaga, «Berlusconi ha mostrato di capire molto più della sinistra, insistendo sul cittadino protagonista. Molti glielo rinfacciano con toni moralistici; in realtà vorrebbero averlo capito prima di lui». E, soprattutto, essere altrettanto famosi.
 
 Giovanni Sallusti
per "Libero"

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