Francia, i concorrenti dei reality vanno pagati come attori

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Fonte: Libero

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Televisione
  martedì, 08 aprile 2008
 00:00
Roberto Mercandalli, uomo simbolo del GF8Professione: impiegato. Se solo sulla carta d'identità esistesse ancora la voce relativa alla professione, potrebbe essere questa scritta a campeggiare sui documenti dei vari Milo Coretti ("Grande fratello 7"), Nora Amile ("La pupa e il secchione"), Giuseppe Lago ("Uomini e donne"), almeno a giudicare da quanto sta accadendo in questo periodo in terra di Francia.

VERTENZA SINDACALE
Come riporta ieri il quotidiano ligure II Secolo XIX, oltralpe un gran numero di ex concorrenti dei reality sta infatti portando avanti una sorta di "vertenza sindacale" sui generis, trascinando in tribunale i produttori tv rei di non aver fatto firmare loro un vero e proprio contratto di lavoro come impiegati. Sì, avete capito bene: impiegati. Secondo due avvocati parigini trentenni, Jéré-mie Assous e Hayat Djabeur, chi partecipa a certi programmi tv è infatti in tutto e per tutto un dipendente della società di produzione, visto che fornisce una prestazione, con tanto di stipendio, ed è tenuto alla subordinazione.

FORMAT D'OLTRALPE
Ma andiamo con ordine. A sollevare il vespaio e creare il pericolosissimo precedente sono stati, nel 2003, Antony Brocheton e la sua fidanzata Mary, una delle tredici coppie che avevano appena partecipato a "L'Ile de la Tentation", versione francese del format americano "Temptation Island" - arrivato da noi nel maggio del 2005 con il titolo "Vero amore" e la conduzione di Maria De Filippi - nel quale fidanzati in apparenza innamoratissimi devono resistere alle insidie di uomini e donne single che cercano in tutti i modi di separarli.
 
EMOZIONI PILOTATE
Ebbene, stando al racconto dei due, sull'isola della Thailandia dove all'epoca furono spediti non c'era assolutamente spontaneità, con i tecnici onnipresenti, le telecamere sempre accese e tante altre regole da rispettare, compresa la necessità di recitare una parte a beneficio degli ascolti (tant'è che un certo Roberto, nel cast dello stesso reality un paio di anni più tardi, ha ammesso di aver ricevuto espressa richiesta «di corteggiare una delle ragazze, perché l'Ile stava diventando noiosa»). Il tutto a fronte di uno stipendio di 1.500 euro, quindi i presupposti per richiedere il contratto di lavoro c'erano tutti.
 
CAUSA VINTA
E così è partita la causa alla Glem, una delle più grandi società di produzione francesi, che è stata vinta in primo grado e, dopo l'appello, ha avuto qualche settimana fa la sentenza definitiva: Antony, Mary e uno dei loro compagni di avventura sulT'Ile" hanno diritto a ricevere la bellezza di 27.000 euro a testa, cifra che comprenderebbe anche compresi i danni.
Un bel guaio per la Glem, che tra l'altro si è già vista fare causa anche da altri quindici persone che hanno partecipato all'edizione 2005 del programma e ora aspetta con apprensione che il tribunale si pronunci in merito.
Ma anche gli altri produttori televisivi d'Oltralpe probabilmente staranno tremando: a quanto pare gli ex concorrenti dei vari reality show in onda sui canali francesi, una quindicina in tutto, si sono letteralmente scatenati e si sono rivolti in massa ai due avvocati, decisi a far valere i propri diritti.
 
GLI ALTRI PAESI
E chissà cosa accadrà ora negli altri Paesi, se è vero che Assous e la Djabeur sono stati contattati da colleghi spagnoli, britannici e belgi che, sulla scia del loro successo, hanno accettato di avventurarsi in cause analoghe.
Da noi, per fortuna, finora non è ancora accaduto niente del genere: ai vincoli imposti dalla convivenza forzata e dalle esigenze di copione, i concorrenti dei nostri programmi hanno reagito a volte con proteste verbali (quella di Alessandro Cecchi Paone contro le scarse condizioni di sicurezza durante una prova dell'ultima edizione dell'"Isola dei famosi"), ribellioni (lo sciopero del silenzio, ancora durante  "L'Isola 5"), magari atti vandalici (quelli di Filippo Nardi prima di abbandonare la casa del "Grande fratello 2" in preda ad una crisi d'astinenza da sigarette) ma mai nessuno si è sognato di rivendicare i propri diritti di lavoratore.
 
Ci manca solo che a qualcuno venga l'idea di emulare i fratellini francesi: sarebbe davvero una beffa, nei confronti di chi lavora davvero, spaccandosi la schiena per 1.000 euro al mese, se a certi personaggi senza arte né parte - come molti di quelli che sono passati nei nostri programmi tv - venisse riconosciuta la condizione di lavoratore in nero, con diritto a un contratto in piena regola, ferie pagate, pausa pranzo, straordinari e via dicendo, compreso il diritto alla privacy.
 
LA REAZIONE DEL PUBBLICO
A quel punto la protesta, potete giurarci, la farebbero i telespettatori: di fronte a un tale schiaffo alla miseria, anche i grandi appassionati del genere reality finirebbero per spegnere la tv.
E allora sì che servirebbe davvero a qualcosa il "confessionale": al mea culpa di chi, quei personaggi, ha contribuito a crearli.

Donatella Aragozzini
per "Libero"

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