''Ora basta'', Telecom congela la trattativa con Santoro: La7 si allontana

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  sabato, 18 giugno 2011
 11:42

Chissà, forse Michele Santoro stavolta farà davvero «Telesogno» come alcuni sostengono, o magari si trasferirà sul canale di Al Gore, «Current Tv». Ma di fatto, per ora, appare più complicato che finisca a La7. Si dirà, la trattativa con Ti Media è in corso, ma di fatto le frasi del Michele nazionale, «Telecom non può fare campagna acquisti, perché altrimenti il governo potrebbe usare tutti i mezzi per sparare su Telecom», non sono passate inosservate. Anzi, diciamo che non sono piaciute né in via della Pineta Sacchetti, dove al «Canaro», al secolo Giovanni Stella (ad di La7), si sono drizzati i capelli, e nemmeno nelle più ovattate stanze di Corso Italia, nel «fortino» della banda larga dove siede alla presidenza della Telecom Franco Bernabè.

E già, perché Bernabè, qualcuno mormora, non è Masi...
, ed è soprattutto «silente»: un editore «silente», e tanto «grosso e incolore» come ha spiegato il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana. E soprattutto, si lascia intendere nelle stanze dell’impero Telecom Italia e nei corridoi di Ti Media, che «di norma, quando si tratta, si chiacchiera poco. E in più non si accusa l’editore con il quale si pensa di poter lavorare di essere sotto schiaffo del governo».

Come dire: ormai siamo distanti. Tant’è che a Stella deve esser tornato in mente il famoso sketch di Gigi Proietti sul cavaliere bianco che sfida a duello il cavaliere nero. Ma «il cavaliere bianco soccombe. E così entrano in scena i suoi tre figli che a sua volta sfidano il cavaliere nero che però li uccide. Quindi, i nipoti... e così via». E la morale, dunque? «Al Canaro non gli devono rompere i c...».

E pensare che fino all’8 giugno, tappa dell’ultimo incontro tra Stella e Santoro, si pensava che l’accordo potesse andare in porto. Poi il giallo. Un giallo che si apre, o forse si chiude, con le frasi del papà di «Annozero» ai microfoni del programma di Radio2 «Un giorno da pecora», e si conclude con il nodo dell’autonomia nel lavoro chiesta dal conduttore. Autonomia sì, avrebbe risposto l’ad di La7, ma a una condizione: «Che l’editore sono io, e quindi, come faccio sempre, voglio vedere con congruo anticipo cosa sta per andare in onda visto che ne rispondo».

Da qui, dunque, il primo stop. Uno stop, si racconta a La7, che visti gli argomenti messi sul tavolo rischia di trasformarsi in definitivo. E se il «Canaro dice basta», visto il suo lungo sodalizio, il «basta» non può che trovare d’accordo anche il numero uno di Telecom. «Perché si può discutere di tutto, di questioni editoriali o di mercato, di autonomia o di ingaggio, ma non di timori per la campagna acquisti».

Tant’è che qualcuno ora ritiene che l’uscita di Santoro fosse mirata: tesa a testare fino a che punto potesse spingersi a discutere con l’editore Telecom. Vero, non vero? Certo è che pure lo scorso anno, quando Santoro confermò di lasciare la Rai, in molti si chiedevano cosa facesse: se finiva a Sky, o La7, o tentasse la strada di «Telesogno». Insomma, più o meno le stesse ipotesi circolate in questi giorni. Poi, alla fine, Santoro rimase alla Rai, con i suoi autori e il suo «Annozero».

E ora? Chissà, forse alla fine l’addio del giornalista meno amato dal premier, di fatto, potrebbe essere un altro arrivederci. E magari tornerà con il suo vecchio pallino delle docufiction: un modo per sperimentare nuove vie giornalistiche, nuovi prodotti e garantire a se stesso, ma anche alla Rai, gli stessi picchi di ascolto di queste stagioni passate. Un dato è certo: la partita santoriana è ancora all’inizio.

Paolo Festuccia
per "La Stampa"

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