Mediaset si cambia: pay-tv e Internet per risalire la china

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  martedì, 13 marzo 2007
 00:00

C’è un invitato in più, oggi, alla riunione del consiglio di amministrazione di Mediaset che approverà il bilancio 2006, il primo con utili in calo dopo cinque anni. Non interverrà nel dibattito, ma tutti i consiglieri sanno che ci dovranno fare i conti. E’ l’obbligo, per il Biscione, di cambiare passo e accelerare nel processo di trasformazione dell’azienda.

I traguardi sono già stati individuati: da una parte la crescita all’estero e lo sviluppo dei contenuti, dall’altra la conquista di una fetta del mercato degli abbonamenti, che siano quelli della pay tv o dei servizi telefonici e Internet, come già accade all’estero con le offerte «triple play» di Sky in Gran Bretagna, seguita da Virgin e Tiscali.

MediasetAnche i presupposti da cui partire sono chiari e per alcuni versi indipendenti dalla riforma del settore immaginata dal ministro Gentiloni.

La tv commerciale generalista e gratuita su cui Mediaset ha costruito il proprio successo resta un asset centrale, ma è certo un modello da ripensare e da adattare a uno scenario di bassa crescita.

Non tanto sul fronte della pubblicità, quanto su quello degli ascolti, per i quali gli anni a venire vedranno una lenta erosione. In pratica, si cercherà una maggiore efficienza e sarà più difficile vedere investimenti monstre per acquistare i diritti del calcio o ingaggiare una star del piccolo schermo.

E’ a livello internazionale, peraltro, che c’è un quadro di sofferenza per le emittenti in chiaro. Il fenomeno è conosciuto da almeno cinque anni, dicono gli esperti, e determinato dal passaggio da una situazione in cui i canali erano pochi allo scenario in cui l’avvento del satellite - è il caso di Sky in Italia -, delle reti via cavo, della tv via Internet e del digitale terrestre hanno moltiplicato le piattaforme disponibili.

Oggi in Italia, su 22 milioni di famiglie, sono 14 milioni quelle che restano fedeli alla televisione analogica. Nel 2012 è previsto che scenderanno a 10-11 milioni. D’altro canto, il mercato della tv a pagamento, che oggi vale 2 miliardi l’anno, è destinato a salire del 50-60% in due o tre anni. Per diventare protagonista di questo business, la prima mossa del gruppo guidato da Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri è creare canali a pagamento.

Non più il singolo evento da vendere come capita oggi con il digitale terrestre, ma un’offerta organica con reti dedicate al cinema e allo sport che consentano di tenersi stretti i clienti grazie agli abbonamenti. Una proposta che potrebbe essere pronta dopo l’estate. Tempi più lunghi (un anno, diciotto mesi) richiederà l’approdo su altre piattaforme.

Ma che si tratti di Internet o di telefoni cellulari, nel quartier generale di Cologno Monzese la posta in gioco è chiara: offrire un servizio di connessione targato Mediaset, per sfruttare la notorietà del marchio e le possibili sinergie. Insomma, non è difficile prevedere un futuro nel quale Mediaset sarà anche tv via Internet e operatore telefonico che propone, oltre alla possibilità di parlare e scambiare dati, servizi legati al mondo del piccolo schermo: dai dietro le quinte dei programmi alla possibilità di incontri con gli artisti preferiti.

Anche per quanto riguarda i contenuti la strada è tracciata e porta all’estero. Mediaset punta a mettere le mani su Endemol, la macchina di format di successo che la spagnola Telefonica ha messo in vendita.

Un’operazione da due miliardi per la quale c’è da battere una concorrenza agguerrita, da Murdoch a De Agostini, da Bernard Arnault ai fondi di private equity. Il tragitto è ancora lungo, ma in caso di successo può consegnare a Mediaset quella ribalta internazionale che finora ha solo sfiorato. Mediaset è presente in due Paesi - la Spagna oltre all’Italia -, Endemol in 22, molti dei quali potrebbero non interessare al gruppo.

Anche per questo, oltre ad alcuni investitori istituzionali, Berlusconi jr e Confalonieri affrontano questa sfida alleati a John De Mol, che Endemol aveva creato e reso vincente.

Francesco Manacorda e Luca Ubaldeschi
per "La Stampa"

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