Zavoli: la tv? E' troppo nel mercato e poco nella gente

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Fonte: Quotidiano Nazionale

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Televisione
  lunedì, 26 marzo 2007
 00:00

Il riconoscimento dell'Università romana di Tor Vergata storicizza, per così dire, il rapporto di un intellettuale con la forma tra le più effimere del comunicare.

Eppure lei ne ha fatto un'esperienza memorabile per chi l'ha seguita in tanti anni di professione. Ne è lusingato?
«Non c'è nulla, è vero, di più fuggevole del prodotto giornalistico», risponde Sergio Zavoli: «Per giunta, la velocizzazione impressa dal sistema comunicativo consuma di continuo la realtà di un attimo prima. Ne risente, così, il rapporto tra il prima e il dopo e si riduce il tempo per indugiare sui fatti. Ciò che più rimane è la carta stampata, la quale sosta nelle nostre case per il tempo che vuoi. Ma anch'essa, a ben vedere, ha un fiato sempre più corto, dovuto all' "occupazione televisiva" e al conseguente spostamento dei flussi pubblicitari. Questa sarà una delle prossime battaglie democratiche».

Lei ha fatto tanta televisione, ma ha anche scritto molto. Ci si chiede se soprawiverà la parola "ferma" o sarà travolta dalle nuove tecnologie e dalla supremazia delle immagini televisive. Qual è il suo giudizio?
«Giuseppe Pontiggia diceva che la parola è sempre più gergale, precaria, fungibile. "Si chiede ormai così poco alla parola - scrisse - che essa finisce quasi sempre per darlo". Bisognerà restituirle la sua dignità, che è poi il modo per farla durare. Ma come? Famiglia, scuola e mass media, le grandi agenzie del senso, dovranno essere lo strumento per far muro contro l'invasione della parola "mobile", cioè tribale, dei clan, dei branchi, e dei cellulari. Una forte politica per il libro e il giornale dovrà accompagnare quella per una parola e un'immagine televisiva che, nata dall'amatissimo e ormai mitico maestro Manzi, è finita con le cattedre ribaltate sotto gli occhi dei professori, le lezioni di sesso fornite dagli allievi, i presidi anch'essi vittime, non di rado, di una scuola che non riesce a trovare il bandolo dei suoi diritti-doveri».

Crede che la TV di oggi abbia perso qualcosa rispetto al passato?
«Ha perduto, a mio avviso, un certo orgoglio: quello, per esempio, di partecipare alla crescita culturale e civile del Paese. E' più sul mercato e meno nella testa della gente, rincorre l'audience in una forma quasi ossessiva. Certo, non si può cedere tutto l'intrattenimento alla concorrenza, ma occorre mantenere e difendere il proprio patrimonio anziché metterlo nel calderone in nome dei cosiddetti "grandi numeri"».

I giornalisti non hanno nulla da rimproverarsi?
«La responsabilità della corporazione giornalistica, che tuttavia non va enfatizzata, sta in una certa indulgenza per le proprie colpe. Poi ci sono le responsabilità personali, quelle di chi intervista il potente in ginocchio, o sacrifica troppo allo spettacolo cercando un facile favore del pubblico, oppure deforma i fatti per malizia o incuria. E, infine, chi si fa complice o rimane vittima dei tanti imbarbarimenti che attraversano il nostro Paese. Ma sono la stragrande maggioranza i giornalisti che si battono, su ogni versante, per il prestigio del loro lavoro».

Nonostante la sua lontananza (dal modo oggi imperante di fare informazione) lei è considerato uno dei grandi "Maestri" del giornalismo nazionale. E' un titolo in cui si riconosce?
«Dire "maestro" è un modo di metterti in cattedra, e lasciarti lì. Più o meno gratificato, più o meno credibile. Credo che in questo mestiere valga di più stare, ogni giorno, in compagnie larghe, e dare l'esame con il nubblico. e sotto sotto con te stesso».

Progetti?
«Mi piacerebbe una striscia di quindici minuti, a mezzanotte. Ho in mente come la farei. Epicuro diceva che "la maggior gioia è sempre prima del fare". Ma forse è tardi, da molti punti di vista. Compresa la mezzanotte».

Giovanni Errera
per "Quodiano Nazionale"

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