Tre poli e un... quarto, i dolori della tv italica

News inserita da:

Fonte: L'Opinione.it

T
Televisione
  mercoledì, 02 maggio 2007
 00:00

Il mondo della tv italiana sta bene o sta male? Quale lo stato dell'arte di questa galassia che, prima o poi, sarà chiamata ad affrontare il nodo della riforma Gentiloni, sia per quanto già presente nel disegno di legge, sia per quanto potrebbe essere aggiunto in sede parlamentare? Il tutto senza dimenticare che in qualche modo è partito il treno verso la totale digitalizzazione con obiettivo, fissato per il 2012, di dare l'addio alla vecchia tv analogica. Il che non vorrà dire automaticamente sparizione della vecchia tv generalista, ma comunque qualche trasformazione finirà per portarla. A fronte di questo percorso che si annuncia come uno sconvolgimento (ammesso e non concesso che sarà così, visto che si nutrono cospicui dubbi sul fatto che la legge Gentiloni possa passare dalle parole ai fatti), vediamo di riassumere come si presentano i tre poli principali su cui si articola la televisione italiana. E vediamo anche che prospettive ci sono intorno al sempre mancato terzo polo, vale a dire La7, legate a quanto succederà alla capogruppo Telecom Italia dopo la recente operazione con Telefonica.

RAI La particolare situazione politica in cui versa l'azienda pubblica, con una maggioranza del consiglio di amministrazione che non corrisponde alla maggioranza politica che sta governando il Paese, ha creato una situazione di quasi totale stallo. Adesso alcuni consiglieri del centrosinistra, a cominciare da Sandro Curzi, hanno lanciato una sorta di ultimatum al direttore generale Claudio Cappon affinché proceda alle nomine bloccate da mesi. Ma già una volta il dg è stato stoppato dalla maggioranza di centrodestra su questo fronte. Adesso che succederà? Il blocco potrebbe ripetersi a meno che il ministro Padoa Schioppa non si decida a sostituire il rappresentante del Tesoro nel Cda. Siccome questa possibilità non sembra così prossima, potrebbe succedere che si facciano solo le nomine strettamente necessarie (quelle delle consociate, ad esempio, scadute da mesi o da anni) e il resto rimanga congelato fino alla scadenza naturale del consiglio, vale a dire quasi un anno ancora. Lo stallo politico si riflette sullo stallo industriale: non ci sono vere strategie e si va avanti con la ripetizione di vecchi schemi oppure tentando strade che sono già bruciate in partenza. Il caso recente di “Colpo di genio” è emblematico: chiusa dopo due puntate una trasmissione che dove segnare l'ingresso di Simona Ventura nell'ammiraglia dell'azienda.

La Rai, a differenza del passato, avendo appaltato quasi tutto all'esterno (si parla del 76% delle produzioni), ha avvilito le proprie professionalità al punto che non si tenta più nemmeno di raddrizzare in corso d'opera i programmi che non vanno. Sul fronte degli investimenti, poi, siamo a terra e il digitale terrestre langue... sottoterra. Il discorso sul servizio pubblico, poi, finisce per condurre alla sconsolante conclusione che in pratica la Rai, rincorrendo nel suo modello la concorrente Mediaset, si è commercializzata fino a perdere la sua natura. Prendiamo il caso dell'approfondimento giornalistico: l'unico servizio pubblico (a parte i telegiornali) sembra essere svolto da Rai Tre, che paradossalmente è anche la rete più politicizzata, per cui il suo non può che essere un servizio pubblico a metà. Per il resto abbiamo Santoro su Rai Due, che ormai appare sempre più un luogo dove se la suonano e se la cantano e dove si sono persi lo spirito e l'anima delle trasmissioni del passato, e soprattutto Porta a porta su Rai Uno. Ma ci vuole coraggio, ormai, a definire servizio pubblico il programma di Vespa, che sta perdendo via via la sua natura migliore e si è spettacolarizzato per inseguire gli ascolti. Insomma, quando il Bruno nazionale tocca temi seri, lo guardano ormai in pochi, quando va sulla Franzoni e sul Gossip, allora lo share si impenna. E questo è servizio pubblico?

MEDIASET Il problema della maggiore azienda televisiva privata del Paese è essenzialmente aziendale. Lo ha indirettamente confermato la recente uscita del coordinamento del Cdr delle testate che si è lamentato del taglio dei costi, con conseguente limitazione delle risorse umane e tecniche per seguire eventi che in altri tempi sarebbero stati coperti in proprio. E' da tempo che dalle parti di Cologno stanno massimizzando i risparmi per poter ottenere conti brillanti e soprattutto dividendi cospicui. D'altra parte non ci sarebbe stata altra possibilità per distribuire, nel 2006, oltre 500 milioni di utili a fronte di introiti pubblicitari che, nell'ultimo trimestre, sono crollati del 10%. Sono anni che alcuni analisti vanno scrivendo come Mediaset stia spremendo il massimo da prodotti televisivi ormai vecchi e stravecchi, anche se bisogna dare atto al ruolo di sperimentazione affidato a Italia 1.

Sul fronte del digitale terrestre, poi, come ha osservato una recente analisi di Deutche Bank, il pay per view non ha dato i risultati sperati soprattutto in fatto di ricariche vendute e il passaggio all'offerta in abbonamento richiede forti investimenti per spingere gli spettatori a comprare i pacchetti, magari sottraendoli a Sky. Ma perché un'azienda dovrebbe investire centinaia di milioni di euro col rischio di sottrarre pubblico ai propri canali generalisti intorno ai quali, per qualche anno ancora, si gioca la partita pubblicitaria che conta? A Berlusconi mancherebbe l'alimentazione per investire in maniera pesante in settori come l'energia e le telecomunicazioni, segmenti di maggiore prospettiva, soprattutto se a Mediaset venissero in parte tagliate le ali con la Gentiloni.

SKY Il terzo polo di Rupert Murdoch si lecca le ferite per aver accettato di entrare nelle rilevazioni dell'Auditel. Da Sky hanno battagliato a lungo per cambiare un po' le cose, hanno avuto una mano dall'AgCom, ma a risultati resi pubblici è stato gioco forza mostrare una certa delusione per i cosiddetti nanoshare. Stai a spiegare che ciò che contano sono i contatti unici, che il sistema di rilevazione non è ancora quello adeguato e via discorrendo. E infatti dal quartier generale di via Salaria è partito un nuovo attacco all'Auditel, alla composizione del suo consiglio di amministrazione e ai suoi sistemi tecnici. Ciò che conta, ripetono a Sky, è il numero degli abbonamenti, che ha superato di poco i 4 milioni. Certamente un importante traguardo se rapportato alla nascita abbastanza recente della piattaforma. Ma adesso la loro crescita pare si sia parecchio rallentata. Che ci sia un problema di prodotto da parte di Sky?

Anche per l'Italia Murdoch ha scelto di applicare il modello internazionale, cioè quello impostato sull'offerta di moltissimi canali, ben 80, il che porta il pubblico a disperdersi. A Sky, però, interessa il dato complessivo, che è pari a uno share medio dell'8%. Ma la sua è un televisione che potremmo definire di archivio o magazzino, nel senso che i canali vengono alimentati essenzialmente con quanto c'è nel magazzino della capogruppo: investire in fiction e produzioni locali, a parte l'informazione, richiederebbe troppi investimenti per ascolti che sarebbero comunque molto bassi e quindi non risulterebbe conveniente. In Italia, poi, Sky gode del vantaggio dell'essere l'unico operatore satellitare. Ma quanto può crescere ancora in termini di abbonamenti e come mai sembra essersi allontanato l'ingresso in Borsa?

LA7 Una televisione che sta intorno al 2,5% di share che speranze ha di crescere fino a insidiare in qualche maniera i grandi poli?. Diciamo che nella testa dei pensatori del governo di centrosinistra c'era e forse c'è ancora un disegno di questo genere: sottrarre per legge una parte delle risorse pubblicitarie di Mediaset e consegnarle alla crescita di un nuovo polo (e magari in parte anche alla carta stampata) da realizzare appunto intorno alle reti di Telecom Italia Media in uscita dalla capogruppo. Facile a dirsi, difficilissimo a realizzarsi, perché in questi anni La 7 si è caratterizzata verso un pubblico di nicchia che ama il dibattito politico e non ha compiuto nessun altro sforzo e investimento.

L'unico esperimento è stato quello con Aldo Biscardi col suo processo, ma il pubblico di quella trasmissione era totalmente in contraddizione rispetto al pubblico tradizionale della rete. Così, forse anche per impossibilità di fare investimenti, o per volontà di non farli allo scopo di mantenere la pace sociale fra Tronchetti Provera e Berlusconi, ne è venuta fuori una televisione di nicchia che ora è estremamente difficile da cambiare. Non sono più i tempi del primo Berlusconi, quando la tv commerciale era tutta da costruire.

Andrea Marchi
per "L'Opinione"

Ultimi Video

  • Tech Talk Connect 2020 (diretta) | #ForumEuropeo #FED2020

    Tech Talk Connect 2020 (diretta) | #ForumEuropeo #FED2020

    Comunicare Digitale è orgogliosa di annunciare la partenza dei nuovi appuntamenti di TECH TALK, a partire dal 10 Settembre 2020. 5 appuntamenti a Settembre, 7 ad Ottobre, con edizioni anche in ...
    T
    Televisione
      giovedì, 10 settembre 2020
  • Ilaria D'Amico, il saluto a Sky Sport

    Ilaria D'Amico, il saluto a Sky Sport

    Dopo 18 anni, Ilaria d'Amico, storica conduttrice di Sky Calcio Show e di Champions League Show ha deciso di intraprendere un nuovo percorso professionale, sempre a Sky, allontanandosi dal calcio...
    S
    Sky
      lunedì, 24 agosto 2020
  • Sky Upfront 2020, Back to Next | Presentazione Palinsesti Sky 2020-2021

    Sky Upfront 2020, Back to Next | Presentazione Palinsesti Sky 2020-2021

    Enrico Papi al piano per aprire gli UpFront Sky 2020. Quello che non ti aspetti per una nuova stagione che non ti aspetti. Tra conferme e sorprese, qualità e innovazione, con lo sguardo sempre ...
    S
    Sky
      mercoledì, 22 luglio 2020

Palinsesti TV