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Tullio Camiglieri: 'Sky ha vinto la sua scommessa'

• 4 min lettura
Fonte: L'Unità | Condividi 📲
Tullio Camiglieri, c'è chi dice che Sky è diventato il terzo polo televisivo. «In questo paese essere il terzo polo non ha mai portato fortuna». Si concede una battuta, il direttore delle comunicazioni e relazioni esterne della piattaforma satellitare di Rupert Murdoch. Ma è una battuta che fotografa la realtà di un sistema che continua a operare in regime di duopolio; da un lato la televisione pubblica, dall'altro quella privata. E se la prima è la Rai, la seconda, in termini di ascolto e risorse pubblicitarie si chiama Mediaset.
 
Fotografata la situazione, come possiamo definire Sky?

«Innanzitutto siamo complementari alla tv in chiaro. Oggi esistono tre tipi di televisione. La Rai, che è monopolista sul canone; Mediaset che ha una forte posizione sulla pubblicità. E la tv a pagamento. Sono tre modelli di business diversi. La nascita di Sky ha sicuramente cambiato il mercato nel nostro paese. Noi cerchiamo di far crescere l'offerta. Poi sarà il pubblico a decidere».
Cosa manca ancora?
«Più competizione. Non è necessaria una maggiore regolamentazione. Occorrono più possibilità di fare tv. E più produzione dì contenuti».
Per Sky cosa vuol dire produrre?
«Abbiamo deciso di non produrre cinema, ad esempio. Ma abbiamo rinnovato un accordo che, per stessa ammissione delle associazioni di categoria, è trasparente. I produttori italiani sanno che se il loro film supera i 20mila spettatori in sala, è acquistato da Sky. Fino ad oggi, il cinema italiano ha vissuto di finanziamento pubblico. Invece i produttori hanno bisogno di più accesso al credito, che vengano sviluppati i capital venture, defiscalizzato il costo del lavoro. E detassati gli investimenti. Così si possono attivare delle risorse. E creare nuovi prodotti. Penso ai documentari, da realizzare con coproduzioni internazionali che ripartiscano la spesa dell'investimento».
Parliamo del calcio...
«... Una volta la Pay tv era percepita come la tv del calcio. Ma adesso siamo una piattaforma multicanale».
Però senza i vostri investimenti, il calcio italiano sarebbe alla canna del gas.
«Siamo i più grandi investitori. E il calcio è una nostra offerta fondamentale. Ma va anche detto che il calcio ha subito dei forti e seri contraccolpi d'immagine con Calciopoli. Comunque non è nostro interesse svuotare gli stadi. Uno stadio vuoto mette tristezza. Egli spettatori sono il dodicesimo calciatore».
Oggi chi comanda nel calcio, voi o la Lega?
«La Lega calcio. E vogliamo che sia così. Vogliamo che abbia una assoluta indipendenza».
Ma è una Lega calcio che vende lo stesso prodotto a chiunque offra dei soldi. Non credo che la cosa vi renda felici.
«Ovviamente occorre tutelare l'esclusività del prodotto. Abbiamo espresso le nostre perplessità sulla legge per la vendita collettiva dei diritti delle partite. Ma se la Lega volesse attuarla, potrebbe farlo domani mattina. Bisogna anche dire che noi siamo gli unici ad avere dei vincoli dall'Antitrust».
Nel 2012 entrerà a regime il Digitale terrestre, che vuol dire un'infinità di canali. Come succede per le partite, che sono vendute a più soggetti, vorrà dire stessi programmi venduti a chiunque?
«Il mercato non premia chi vende un prodotto come capita capita. E allo spettatore non si possono raccontare storielle. Noi puntiamo sulla centralità del prodotto e sull'innovazione tecnologica. E anche vero che siamo un paese strano, c'è voluta Sky per avere un canale di informazione 24 ore su 24».
Gli errori della tv In chiaro vi hanno alutato o penalizzato?
«In termini di qualità, Rai e Mediaset hanno fatto molto bene, sono due grandi aziende nazionali e internazionali. È la tv a pagamento che è arrivata tardi in Italia. Quando New Corporation ha deciso di entrare nel mercato italiano, era molto diffusa l'affermazione che gli italiani non volevano pagare. Con un'offerta ampia e fatta tene, abbiamo dimostrato il contrario».
C'è chi dice che in Italia manca sempre una legge che regolamenti il settore.
«La Gentiloni ha dato una data certa per il passaggio al Digitale terrestre, ed è importante. Ma questa data va rispettata per dare certezze al settore».
In Francia Sarkozy vuol togliere la pubblicità dalla televisione pubblica. E tassare la pubblicità sulle private per sovvenzionarla. Nessuno ha reclamato. In Italia sarebbe scoppiato un pandemonio.
«Per le tasse ai privati, qui siamo già più tassati che in ogni altra nazione. Le tasse non risolvono il problema. Decidere per una tv pubblica con o senza pubblicità, invece, è un problema politico. Se deve averla, bisogna anche renderla competitiva, deve avere ascolti, fatturare, non essere marginalizzata. I modelli esistono. Basti pensare alla Bbc».
E i modelli per l'emittenza privata?
«Prima di tutto bisogna mettere Auditel nelle condizioni di rilevare le nuove tv. Per mettere i privati in condizione di fare investimenti e sviluppare nuove piattaforme, sono necessarie la massima apertura e regole di assegnazione certe. Non è tanto un problema di maggiore o minore pubblicità, ma di massimo pluralismo».
In prospettiva, se la Rai mettesse in vendita una rete, New Corporation sarebbe interessata?
«No. Noi siamo e restiamo una Pay Tv».
 
 Bruno Vecchi

per "L'Unità"

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