Integrazione: e se iniziassimo dalla tv?

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Fonte: Il Secolo d'Italia

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Televisione
  venerdì, 03 agosto 2007
 00:00
Zarqa NawazE' davvero reale, come qualcuno sostiene, la presunta incapacità degli islamici italiani di esprimere una propria elaborazione culturale? A propendere per questa tesi è, ad esempio, Khaled Fouad Allam, deputato musulmano della Margherita, che l'ha recentemente ribadita al recente incontro su 'Islam e integrazione' del quale è si parlato soprattutto per la battuta infelice del ministro degli interni Amato a proposito di una presunta cultura siculo-pachistana.
 
Ma forse la vera questione va posta in un altro modo: esiste o no una politica culturale nei confronti dell'Islam italiano? Comunque, smentendo Fuad Allam, basterebbe mettersi in ascolto per avvertire il silenzioso ma costante lavoro di elaborazione culturale su questi temi e di cui dalle colonne del Secolo sì dà conto. Del resto, anche la stagione appena conclusa della programmazione televisiva italiana non è stata avara come al solito di modelle e conduttrici extracomunitarie che hanno fatto la loro generosa parte (una citazione la merita almeno Karima Ammar di "Amici" di Maria De Filippi) e anche le fiction e i format di informazione hanno presentato nuovi volti come quello della libanese Iman a Rai News 24, che si aggiungono a quelli noti di Fidel Mbanga Bauna per il tg regionale del Lazio e del mitico Idris Sanneh, il bresciano senegalese supertifoso juventino di "Quelli che il calcio".
 
Ma è stato soprattutto negli sceneggiati che si evidenzia la profonda trasformazione che sta avvenendo nella società italiana: esemplari in questo senso le fiction della Rai Butta la luna e Un medico in famiglia dove una intera famiglia indiana ha fatto parte del cast. Se Fiona May o Kabir Bedi hanno riscosso successo non possiamo allora non chiederci se nell'insieme questa rappresentazione è fedele alla realtà dell'immigrazione e più in particolare alla presenza islamica oppure se il "tono" culturale generale non sia eccessivamente tributario di due, già, classici del cinema in materia di amori interetnici o interreligiosi: il bello ma melenso L'assedio di Bertolucci e, soprattutto, l'ideologicamente confuso Bacio appassionato di Ken Loach.
 
Partiamo da una scena: vediamo un giovane dai tratti pachistani, in giacca e cravatta, in fila per il check-in all'aeroporto mentre gesticolando esageratamente parla al suo cellulare:
«Beh, se papà pensa che sia un suicidio, bene lasciaglielo credere, dice e continua, questo è quel che Allah ha previsto per me». Come facilmente prevedibile, è immediatamente trascinato via dalle guardie di sicurezza e una lo rimbrotta: «Il tuo viaggio per il Paradiso finisce qui». E mentre lui cerca di divincolarsi, protesta che il suicidio si riferisce a ciò che preconizza suo padre se abbandona il praticantato come avvocato per dedicarsi alla cura di progetti di volontariato sociale.
 
È una scena riportata da Adrienne Woltersdorf in un sito tedesco d'informazione sull'Islam, ed è tratta dall'ottava puntata di una sitcom canadese per la tv: Little Mosque on the Praire ("La piccola moschea nella prateria"). E' una serie tutta giocata sul confronto fra la cultura nordamericana e quella musulmana (anche se è stata prodotta a Toronto, in Canada). C'era molta curiosità per le reazioni del pubblico nordamericano. Ma a sorpresa - e in poco tempo - la serie è divenuta una programma cult, ammirato perfino in tutta la blogsfera. «Molti si aspettavano e ancora di più si augurano ora che la serie affronti controversie spinose e temi politici attuali - dice Zarqa Nawaz, sceneggiatrice del programma - mentre noi vogliamo fare solo una commedia che ruoti intorno a dei musulmani che vivono in una città della provincia canadese». E alla domanda se avesse un'idea di come fosse visto il suo programma dai musulmani, Nawaz ha risposto provocatoriamente: «Quelli che fanno di solito questa domanda pensano automaticamente che i musulmani non siano pronti a far altro che a scendere per le strade e a dimostrare con feroci cartelli, oppure a proclamare fatwe e incendiare ambasciate». Aggiungendo: «Bisogna far sapere come in tutto il mondo ci siano ancora moltissimi musulmani con un forte senso dell'ironia».
 
La Nawaz è una donna di 39 anni, di origine pachistana, madre di quattro figli e che indossa il velo. Conosce le difficoltà raccontate nella sitcom essendo lei stessa emigrata da Toronto, dove era cresciuta, a Regina, una piccola città nello stato rurale del Saskatchewan, 10 anni fa. «Nei notiziari si parla sempre terrorismo o di musulmani estremisti, la nostra commedia racconta di storie, in maniera divertente, di gente perfettamente normale». Nawaz riassume così l'attitudine di molti musulmani nei confronti della vita in Canada: «Tutti noi impariamo come ogni giorno si debba fare un piccolo passo fuori dal recinto in cui Qualcuno ci
vuol tenere, se vogliamo crescere e svilupparci come comunità
». Non sorprende perciò che ne La piccola Moschea della prateria, l'abbigliamento femminile spesso giochi un ruolo centrale nelle storie. Come nell'episodio della piscina locale quando l'istruttrice di aerobica acquatica viene sostituita improvvisamente da un uomo, Johnny. Le ragazze musulmane che abitualmente escono di casa ben attente a coprirsi, rimangono terrorizzate alla novità ed escono dallo spogliatoio urlando. «È stato più difficile del previsto girare adeguatamente questa scena, dice la Nawaz, le attrici non riuscivano a mostrarsi di essere veramente nel panico, ma per una musulmana che indossa l'hejab (il velo) appare una assoluta catastrofe essere vista senza che sia coperta». Spiega la Nawaz: «Ho dovuto prendere in considerazione tutti i tipi di conversazioni reali che si svolgono nella mia comunità, del tipo i gay vanno contati come maschi o no? E le donne devono coprirsi il capo al loro cospetto? Oppure le discussioni se ai bambini musulmani si deve permettere dì festeggiare Halloween con i loro compagni di classe».
 
I realizzatori della serie non ignorano comunque, siamo nel paese di McLuhan, che non stanno solo "intrattenendo" i telespettatori; ma che l'ironia e la commedia possono aiutare la minoranza islamica. Nawaz e i realizzatori della serie sperano di essere utili, con il loro show, ai quasi 7 milioni di musulmani che vivono nell'America del Nord. Qualcosa di simile potrebbe essere utile anche in Italia.
 
Omar Camilletti
per "Il Secolo d'Italia"

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