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Mtv, ''Rock in Rebibbia'', il primo docu-show girato in carcere

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Fonte: Digital-Sat (com.stampa)

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Televisione
Da Johnny Cash della Folsom Prison a John Lennon di Attica State, da Bob Dylan di Hurricane fino all?indimenticabile Jailhouse rock di Elvis Presley cantata nelle scena finale dai Blues Brothers in una jam session scatenata: da sempre il rock ha mostrato interesse per il mondo carcerario, la sua I?anima sovversiva, libertaria e ribelle, il suo essere dalla parte dei ?perdenti? e sensibile alle cause sociali, ha sempre determinato una speciale sintonia tra le sue note con lo stato d?animo di chi si trova a vivere in un penitenziario. Sarà per questo che la musica sta diventando sempre di più, negli istituti di pena italiani, uno strumento ?educativo? oltre che ricreativo, con la conseguente nascita di band interne dai nomi evocativi e ironici come ?Presi per caso? e ?Terapia d?urto?.
 
Partendo da queste premesse e pensando alla grande forza coesiva e, al contempo, liberatoria della musica, Mtv Italia ha pensato di coinvolgere i detenuti del piu? importante carcere italiano, Rebibbia ?Nuovo Complesso?, a Roma, in una inedita avventura musical-televisiva: Rock In Rebibbia, una serie di incontri-workshop musicali che coinvolgono un gruppo di 8 detenuti, 2 maestri di musica e 9 artisti italiani per la messa a punto di una ?scaletta? di brani da realizzare dal vivo in un grande concerto finale nel cortile del carcere, alla presenza degli interni di Rebibbia ma anche di pubblico esterno.
Rock In Rebibbia, in onda su Mtv Italia tutti i giovedì alle 21.00 a partire dal 27 marzo è il racconto dei tre mesi nei quali il neogruppo rock di musicisti detenuti a Rebibbia con entusiasmo, paura ed emozione, ha seguito le ?lezioni? quotidiane dei maestri di musica, scelto e provato pezzi - uno nuovo ogni settimana ? ?allenandosi?, musicalmente e psicologicamente, anche agli incontri con gli artisti italiani (Alex Britti, Negramaro, Fabri Fibra, Max Gazzè, Roy Paci, Meg, Piero Pelù e Paola Turci, Francesco Mandelli) che sono andati settimanalmente ad incontrarli.
Il tutto in una sala di registrazione, piccola ma tecnicamente attrezzata, allestita appositamente all?interno di uno dei bracci di Rebibbia - il G11, sezione C - che  rimarrà a disposizione della prigione, insieme agli strumenti musicali, alle attrezzature e alle good vibes assorbite nei tre mesi di prove, anche a programma televisivo terminato.
 
La musica, infatti, non è tutto in Rock In Rebibbia, così come la creazione di una band interna non è solo un?attività ricreativa, come altre praticate nei penitenziari, ma un vero e proprio progetto finalizzato ad un obiettivo preciso.
Rock In Rebibbia è il racconto di un?avventura umana e artistica di gruppo, di un particolare spirito di squadra, in cui i singoli devono mettere la propria personalità, la propria storia e il proprio eventuale talento al servizio di una strategia comune.
Giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, la band, grazie al lavoro degli insegnanti, prende coscienza di sé e si costruisce a partire dai caratteri, dalla volontà e dalle ambizioni di ciascuno.
I racconti in prima persona dei ragazzi e delle loro esperienze, dal perché si trovano in carcere alle loro aspirazioni, dalle loro paure ai loro sogni, si intrecciano con i momenti vissuti insieme, con e nella musica. Alla fine, fatiche e soddisfazioni verranno condivise nel concerto finale e la libertà e la speranza rianimeranno le mura del carcere grazie alla lingua universale della musica.
 
I ragazzi della band hanno tra i 18 e i 35 anni. La loro età ha influito sulla scelta della musica, facendo privilegiare brani vicini alla loro sensibilità, pezzi e generi attuali che filtrano dal ?mondo di fuori?.
Un altro dato ha condizionato la natura del repertorio della band: nelle carceri italiane oltre il 60% dei detenuti è formato da stranieri. Una percentuale importante che ha avuto un ruolo di rilievo nello spirito stesso del programma.
Anche l?ospite presente in ogni puntata è stato scelto affinchè i musicisti di Rebibbia instaurassero un legame diretto e vero, di collaborazione e di scambio, ogni volta diverso e spontaneo. Un rapporto senza ruoli rigidi ma reiventati in base alla sensibilità e alla situazione del momento e dunque, di volta in volta, potremo vedere gli artisti dirigere la band insieme agli insegnanti, affiancare i solisti, suggerire la soluzione giusta per interpretare un brano scelto dal proprio repertorio o eseguire per la band la loro personale elaborazione di una cover.
Anche le esperienze emotive della guest star a contatto con il mondo carcerario diventano un tema narrativo, diverso a seconda della reazione di ciascuno di loro, e tutto questo mix di elementi fa sì che Rock In Rebibbia sia, non un reality sulla musica in carcere, ma una finestra su un mondo che sembra chiudere le porte alla vita ma dove i cuori continuano a battere forte mentre le vene pulsano di voglia di riscatto e libertà.

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